L’isteria di molti contro le società di valutazioni che stanno declassando il proprio voto sul debito da tali paesi, mi pare una specie di guerra contro i fabbricanti di termometri perché questi ultimi segnano che qualcuno ha la febbre.
Appunti per le prossime due o tre manovre
Non ho mai amato Cassandra. Ma neppure coloro che la schernivano al fine di esorcizzarne i lugubri presagi.
Nell’attuale congiuntura economica, tuttavia, non occorre disporre d’una Cassandra per capire che neanche la seconda manovra sia sufficiente a placare le attese e le pretese dei mercati.
Le ragioni sono semplici.
Da un lato, gli operatori che hanno investito al ribasso sui titoli italiani potrebbero non avere ancora raggiunto gli obiettivi di lucro che solitamente si legano a queste operazioni; dall’altro, solo gli sciocchi e le persone in malafede non s’accorgono come questo governo abbia agito tardi e poco per non prestare il fianco a questo genere di attacchi.
Gli aspetti limitativi delle due precedenti e reticenti manovre sono costituite dalla loro circoscritta incidenza in termini strutturali, ma soprattutto dalla quasi totale assenza di veri elementi di rilancio economico. Inoltre, è mancato un messaggio forte sulla patrimonialità del paese.
Nella prima versione della manovra bis, per alcuni giorni è sembrato che si volesse imboccare la strada della riduzione strutturale della spesa. Proposte come l’abolizione delle provincie e dei piccoli comuni, per quanto prive d’una qualche parvenza di organicità, lasciavano ben presagire. Ma la fumosità delle proposte e gli interessi di piccola bottega le hanno fatto precipitosamente accantonare in attesa di tempi migliori. Questi potrebbero ripresentarsi presto alla scadenza, se e quando l’attacco dei mercati ai titoli di stato italiano dovesse alzare la posta.
Se tale ipotesi dovesse avverarsi, sarebbe bene che il governo riaffronti il problema; magari con un po’ più di razionalità e organicità.
Da 8000 comuni a 800 contee
Il problema delle provincie e dei piccoli comuni, infatti, non è quello di racimolare i (relativamente) pochi spiccioli con cui si retribuisce il piccolo esercito degli amministratori locali, molti dei quali, a dire il vero, sono mossi da passione, o al massimo da narcisismo, più che dall’ammontare degli emolumenti. Per altro, i gettoni di presenza non sono neppure il movente di quanti invece sono animati da obiettivi di lucro, come dimostrano i frequenti scandali di mazzette per appalti e licenze edilizie.
La questione dell’ammodernamento e della semplificazione della democrazia locale si pone indipendentemente dalla necessità di ridurre la spesa pubblica e va di pari passo con gli analoghi obiettivi di ammodernamento e semplificazione della macchina dello stato a tutti i suoi livelli.
Non conosco nessuno che contesti che la burocrazia italiana sia troppo numerosa, modestamente qualificata, scarsamente motivata e miseramente retribuita.
Ma torniamo alle provincie e ai piccoli comuni, perché proprio partendo da questi si potrebbe avviare un processo più generale e concretamente strutturale.
Cominciamo dalle provincie. Fin dall’attuazione della riforma regionale si dice che vanno abolite, sancendone la necessità perfino in Costituzione. Di fatto mai nessun governo ha mosso un solo dito in questo senso. E forse non solo per continuare ad alimentare i vassalli e i valvassori dell’apparato politico.
Oggettivamente la parcellizzazione del paese in 8000 e passa comuni pone problemi di raccordo e coordinamento che altrimenti potrebbero fare proliferare una miriade di consorzi e comunità, ben oltre le migliaia di entità analoghe che spartiscono (queste sì) prebende e sinecure alla casta minore.
Le provincie sopravvivono anche al dettato costituzionale soprattutto perché i comuni sono mediamente troppo piccoli. Provincie e comuni microscopici sono due lati della stessa medaglia, la cui soluzione consiste nel superamento di entrambe le istituzioni mediante la suddivisione del territorio in contee, come avviene in numerosi stati di diritto e tradizione anglosassone.
Per alcune grandi realtà territoriali l’attuale versione della carta costituzionale prevede l’istituto delle città metropolitane, senza però precisare i confini per nessuna di esse: una specie di grande contea che però non risolve il problema della razionalizzazione anche delle contigue realtà minori.
Ridurre d’un terzo il pubblico impiego
L’abolizione delle provincie e dei comuni con il loro accorpamento in 800-900 contee con un minimo di 80.000 cittadini (magari liberamente scelto mediante referendum locali dagli stessi abitanti) risponderebbe non solo ad un principio di razionalizzazione della democrazia locale, ma sarebbe un buon inizio per la riduzione della spesa pubblica. La vera economia, infatti, non consisterebbe tanto nella riduzione della non tanto piccola legione di consiglieri e assessori (in Australia i consigli di contea mediamente contano meno d’una dozzina di consiglieri), quanto nella possibilità di mettere strutturalmente a dieta il notevolmente più numeroso e affollato esercito dei dipendenti degli enti locali. Probabilmente si potrebbero ridurre gli organici complessivi di queste istituzioni, sprigionando al contempo risorse per migliorare sostanzialmente le retribuzioni di quanti rimangono.
A primo acchito, una proposta del genere può apparire semplicemente utopica, se non da pazzo furioso. Negli ultimi decenni, tuttavia, operazioni di dimagrimento radicale sono state portate a termine, e con successo, da numerose grandi corporazioni, tra gli applausi delle borse e schizzi all’insù delle relative quotazioni. Basta solo copiarne la tecnica. Che non consiste nell’inviare un fax di licenziamento a un po’ di migliaia di persone ritenute “ridondanti”, come una certa oleografia potrebbe fare pensare. Molto più semplicemente si dovrebbe incentivare un esodo volontario di alcune categorie o figure di dipendenti mediante incentivi come cinque annualità di stipendio regolarmente corrisposte a quanti accettano di riciclarsi in altre attività e settori.
Basterebbe il solo annuncio per mandare le borse in sollucchero.
Mercati a parte, si porrebbe certamente un problema di conservazione dell’identità dei centri minori, oltre che di partecipazione democratica. Che potrebbero essere risolti attraverso una maggiore valorizzazione delle forme associative locali, a partire dalle proloco.
Se però l’esperimento dovesse dimostrarsi positivo, così com’e è stato positivo nel caso di numerose multinazionali, si potrebbe pensare di fare il bis con gli organici delle regioni e dell’amministrazione centrale (naturalmente senza toccare la difesa, l’istruzione e il personale sanitario).
Annunci per la stampa e fatti concreti
Il guaio delle proposte appena avanzate è che si tratta di idee la cui realizzazione richiede anni, durante i quali molti politici potrebbero essere tentati di congelare tutto, lasciando le cose esattamente come stanno oggi. L’esempio delle provincie, abolite in Costituzione ma tutt’ora coriacee e vegete, potrebbe essere invocato dagli investitori meno ottimisti come di escamotage per gabbare i mercati.
Per essere credibile, qualsiasi proposta di lungo periodo deve essere accompagnata da misure immediate e sonanti, come una più decisa e significativa tassazione straordinaria dei redditi più alti. Rifuggendo, però da un certo populismo che vuole invece una tale tassazione applicata ai patrimoni. La patrimoniali, infatti, non riescono a distinguere tra beni strumentali e beni di risparmio, per cui si eserciterebbero certamente in un effetto recessivo per numerose imprese già provate dalle crisi delle vendite.
Antibiotici e vitamine
Nessun medico che si rispetti prescriverebbe mai ai propri pazienti l’assunzione di antibiotici senza abbinare vitamine o altri integratori: un mancanza che i mercati non riescono a perdonare alle due manovre di risanamento fin ora approvate.
Bisogna però dire con molta franchezza e senza infingimenti che neanche la Confindustria fin’ora ha avanzato proposte di vero rilancio. Molti hanno cercato soltanto, e con molto cinismo, di cogliere l’occasione di questa crisi per togliersi qualche sassolino dalla scarpa o per trarre qualche particolare vantaggio.
Le proposte più significative sono state avanzate quasi esclusivamente da enti di ricerca, partiti e personalità aprioristicamente esclusi dalla stanza dei bottoni. Altre fanno parte della serie di promesse elettorali di questa stessa coalizione, ma mai mantenute e troppo prematuramente archiviate.
Ne tracciamo un brevissimo elenco, prima di aggiungerne di nostre per le quali spenderemo qualche frase illustrativa in più.
- Iva per cassa per le piccole e medie imprese;
- detassazione del lavoro straordinario;
- piena liberalizzazione dei mercati (compresi quelli attualmente monopolizzati dai cosiddetti enti pubblici a carattere associativo) e delle professioni;
- abolizione dell’Irap o, quantomeno, del suo calcolo a bilancio chiuso,sotto forma di detrazione da utili che spesso non ci sono;
- abolizione delle cosiddette “riprese fiscali” come quelle che riguardano i costi telefonici o le automobili: è assurdo che i cellulari aziendali debbano essere considerati una forma di retribuzione occulta, anche se è noto che le aziende tollerano che i dipendenti, compresi quelli che hanno accesso solo a telefoni fissi, spesso li utilizzino anche per conversazioni personali; d’altra parte è noto come fino alla introduzione di queste limitazioni, il mercato automobilistico ha tratto grandi vantaggi dalla pratica delle auto aziendali. Questa, pur dando adito ad abusi, costa certamente meno dei periodici interventi di “rottamazione”.
Stabilizzazione dei precari
Può sembrare una provocazione da veterocomunista, ma il rilancio di numerosi settori dell’economia passa proprio dall’abolizione del precariato. Basti pensare all’edilizia e ai mercati ad essa collegati oggi fortemente penalizzati dall’emarginalizzazione di tutta una generazione di acquirenti primari.
Il discorso sui precari, tuttavia, va fatto con realismo, cercando di capire tutte le ragioni delle controparti.
I motivi per cui queste forme d’impiego vengono preferite dai datori di lavori sono due: il minore costo rispetto ai contratti di lavoro tradizionali e la loro estrema flessibilità (leggasi maggiore libertà di rescissione del rapporto in caso di necessità).
Per quanto concerne il costo, non dovrebbe essere difficile ipotizzare che per un certo periodo (finché, cioè, il Paese non esce da questa lunga recessione) le retribuzioni attuali di questi lavoratori possano essere congelate ai livelli attuali in cambio, però, della stabilizzazione del rapporto.
Né i lavoratori né le aziende avrebbero nulla da perderci. Ci guadagnerebbe solo il mercato nel sul complesso in quanto un’aumentata fiducia di questi soggetti certamente si tradurrebbe in investimenti, in particolare edilizi.
Per quanto concerne il problema della flessibilità va prima ricordato che nessun imprenditore è tanto sadico (o masochista) da provare piacere nel licenziare la gente. I lavoratori, con il loro know-how acquisito nel corso degli anni, fanno parte del patrimonio aziendale e dovere ricominciare periodicamente con nuovi soggetti è una diseconomia spesso maggiore del beneficio presunto.
Normalmente il ricorso al licenziamento da parte delle aziende dipende da fattori esterni all’azienda stessa, e in particolare dall’andamento recessivo dei suoi mercati.
Altre cause di licenziamento sono la bassa produttività, la verificata o sopravvenuta inadeguatezza di taluni dipendenti o il deterioramento dei rapporti interpersonali con il management o la proprietà. I motivi di tale deterioramento possono essere numerosi. Ce ne sono due, tuttavia, particolarmente odiosi e controversi: l’attività sindacale e il rifiuto di molte dipendenti alle avances sessuali dei propri superiori. Le aziende di regola tendono a nascondere tali due ultime motivazioni, adducendo giustificazioni meno controvertibili.
Per evitare tali abusi, il legislatore aveva opportunamente introdotto il principio della giusta causa. Negli anni, tuttavia, tutta una generazione di giudici del lavoro ed una più generale cultura del Paese, aveva interpretato questa norma in termini troppo favorevoli al lavoratore, rendendo praticamente impossibile, macchinoso e soprattutto oneroso anche il licenziamento giustificato, al punto che per alcuni imprenditori il concetto della giusta causa oggi appare come un grave ostacolo alla flessibilità degli organici che la congiuntura impone.
Nell’ultima manovra, come misura di rilancio dell’economia non è sembrato meglio che inserire, quale misura che non costa nulla all’erario, proprio l’abolizione di questo principio.
Un governo e un sindacato più responsabili avrebbero dovuto provvedere da tempo con una legge interpretativa valida per tutti i dipendenti. Questa potrebbe costituire il naturale bilanciamento alla stabilizzazione del precariato.
Imprese nascenti e settori morenti
Una costante comune a tutti i paesi industriali è che durante questi anni di crisi solo le imprese di nuova costituzione riescano a creare nuovi posti di lavoro. Nonostante tutti gli aiuti dei vari programmi di stimolo. le imprese più vecchie, quando va bene, riescono solo a contenere la riduzione degli organici.
É dunque in questa direzione che bisogna muoversi se si vuole favorire la crescita dell’occupazione, coniugando al contempo anche gli incentivi all’innovazione. Questa, infatti, molto spesso si materializza appunto attraverso imprese costituite ad hoc.
Le misure incentivali che si possono prevedere vanno da quelle puramente fiscali (in particolare le detrazioni di imposta per i primi 3-5 esercizi) ai contributi a fondo perduto, che però in passato non hanno mai dato risultati tangibili, come si è visto nel Mezzogiorno d’Italia. Escludendo i contributi – il cui finanziamento, per altro, sarebbero molto problematico- non rimane che la via degli incentivi fiscali. Questi, però, rischierebbe di essere vani, o addirittura fonti di abusi, se non fossero collegati in qualche modo ad un altro strumento praticamente sconosciuto nel nostro Paese: l’investimento di rischio o venture capital.
Fondi di “investimento a rischio”.
Ai fini di un intervento strutturale che non esaurisca i propri effetti nell’arco di qualche esercizio, tra le misure anticrisi, il governo dovrebbe prevedere la promozione di “fondi d’investimento a rischio” mirati in particolare alla creazione d’imprese innovative. L’assenza di questo tipo di istituzioni probabilmente è la ragione principale per cui nell’Europa del Sud le imprese, soprattutto quelle più innovative, sono patologicamente sottocapitalizzate o non nascono affatto. In questi paesi l’accesso ai capitali è prerogativa di un ristretto numero di operatori (i cosiddetti salotti buoni) con un conseguente deficit di “democrazia imprenditoriale”.
Naturalmente occorre circoscrivere per via legislativa l’esatto ambito operativo di tali fondi, al fine di evitare abusi e speculazioni. La breve storia del capitalismo di rischio italiano è caratterizzata prevalentemente da iniziative speculative (spesso a capitale bancario italiano, anche se regolarmente domiciliate in qualche paradiso fiscale), come quelle che stavano dietro molte imprese quotate presso il defunto “Nuovo Mercato”.
Pensioni, opportunità di crescita
Mai come oggi i pensionati, ma soprattutto i pensionandi si trovano nell’occhio del ciclone. L’attuale sistema non è più sostenibile e una parte importante dell’economia reclama tagli a colpi d’accetta. Solo a livello politico (per motivi di bottega) e a livello sindacale (per ragioni di ruolo) c’è chi si oppone ad una rivisitazione profonda della materia.
La contrapposizione fra i due campi viene esasperata dal fatto che la materia è trattata soltanto in termini di tagli di spesa, mentre sembra dimenticata, anche per la colpevole modesta implementazione, la prospettiva delle pensioni complementari.
Una spinta più decisa in questa direzione, invece, può compensare alcuni degli svantaggi derivanti dalla politica dei tagli; inoltre può affrettare la crescita di quei motori di crescita economica che sono i fondi di pensione.
Un messaggio forte: vendiamo l’un per mille delle opere d’arte abbandonate all’oblio nei magazzini dei nostri musei
Una misura frequentemente evocata da parecchi politici ed economisti è la dismissione d’una parte del patrimonio immobiliare pubblico. Purtroppo, una manovra di questo genere non può che essere rivolta agli stessi italiani, in quanto difficilmente i fondi esteri verrebbero ad investire in tali acquisizioni. Non risulta, ad esempio, che la recente “cartolarizzazione” inventata dal Ministro dell’economia abbia trovato tra i suoi acquirenti soggetti stranieri.
Ciò significa che tali vendite (o svendite) avrebbero come principale risultato quello di distrarre una quota importante dei capitali privati italiani da altri investimenti più produttivi, in un minuto in cui aziende e consumatori sono disperatamente alla ricerca di mezzi finanziari.
Un modo per coinvolgere i capitali stranieri può essere rappresentata dalla messa in vendita di una minima parte del patrimonio artistico italiano. La vendita dell’un per mille delle opere ammucchiate (e spesso lasciate deperire) nei magazzini dei musei, se non è sufficiente a drenare un significativo apporto di liquidità, certamente darebbe un messaggio forte ai mercati sull’importanza delle miniere culturali di questo paese. A differenza di tante altre materie prime, il patrimonio artistico non solo non è soggetto ad esaurirsi col suo sfruttamento, ma al contrario si rivaluta ulteriormente proprio quando viene “sfruttato”.
In un momento in cui il vero problema del Paese, più che finanziario, è di fiducia, questo messaggio (assieme agli altri sopra delineati) certamente potrebbe incidere fortemente sugli atteggiamenti degli investitori internazionali.
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Manovra e contromanovre
Tassare i redditi o i patrimoni? La domanda non è solo “ideologica”.
In queste ultime settimane abbiamo assistito ad una contrapposizione tra percettori di alti redditi e titolari di grandi patrimoni.
Tale contrapposizione, probabilmente, dipende dal fatto che nel linguaggio comune, il termine “patrimonio” viene associato prevalentemente al concetto di bene immobiliare e, quest’ultimo, al fondo o feudo, non acquistato, ma parassiticamente ereditato, quindi non del tutto meritato. Si tendono, cioè, ad escludere i patrimoni mobiliari (titoli e fondi di deposito).
La circoscrizione del concetto di patrimonio al solo campo fondiario-immobiliare (che indubbiamente facilita l’accertamento la determinazione del gettito) sembra essere preferita da una particolare categoria di contribuenti: gli esercenti professioni liberali (iper-rappresentati all’interno del parlamento) ed i grandi percettori di reddito fisso come i dirigenti non imprenditori di grandi imprese, gli alti burocrati e gli alti stipendiati del sistema mediatico, informativo e dello spettacolo.
Non sembra casuale, ad esempio, che la stampa e la televisione italiana (neppure quella più di sinistra) abbia dato scarsissima eco ad iniziative come la crociata di Warren Buffet e Bill Gates e quella più recente della lettera dei maggiori manager e redditieri francesi, a cominciare dalla signora Bettencourt (la “Signora Oréal”, per intenderci), in favore d’una tassazione speciale a carico dei ceti più abbienti per affrontare l’attuale momento economico. Indubbiamente, direttori e capi redattori di giornali e telegiornali, tutti percettori di stipendi elevati, indipendentemente dalle idee politiche e partitiche professate, fanno inconsciamente parte d’un partito contrario alla tasse sui redditi alti, per cui certe notizie vengano automaticamente scartate o minimizzate.
Per tutti questi signori, il merito è un tabù che non può essere infranto; e il reddito è frutto del merito, quindi va messo al riparo da qualsiasi idea di imposizioni speciali.
L’atteggiamento di questi soggetti sarebbe certamente diverso se l’ipotesi di tassazione sui patrimoni fosse accompagnata da alcune precisazione: in primo luogo, che debba riguardare anche i patrimoni finanziari (titoli, e depositi a partire da un certo valore); in secondo luogo, esonerandone le imprese che tali patrimoni posseggono per motivi di produzione. e circoscrivendosi di fatto ai soli patrimoni dei contribuenti privati.
Una tale più circostanziata ipotesi risparmierebbe, sì, i redditi dell’anno di riferimento, ma si abbatterebbe su quelli non consumati nel corso degli anni precedenti e pertanto in vari modi patrimonializzati.
Vediamo ora il problema sotto un profilo puramente tecnico: la facilità di accertamento e la certezza di riscossione.
Sotto entrambi i profili non c’è dubbio che la scelta migliore sia la tassazione dei redditi. Da un lato, infatti, si tratta di applicarla sulle dichiarazioni acquisite dall’Agenzie delle Entrate.
Queste sono note ed è anche possibile calibrare la norma in base alle più varie esigenze di fabbisogno e/o di equità.
Anche per quanto concerne la certezza di riscossione, è del tutto lapalissiano che ad un alto reddito normalmente corrisponda un’altrettanto elevata liquidità. Diversamente non è per nulla certo che ad un importante patrimonio corrisponda un’adeguata liquidità del contribuente. Spesso, per altro, i patrimoni sono intestati (e strumentali) ad imprese, la cui liquidità dipende dall’andamento degli affari e dalla redditività delle operazioni. La loro tassazione, pertanto, sottraendo risorse liquide al processo produttivo inevitabilmente comporterebbe una indesiderata spinta recessiva.
Un’altra ipotesi semplice sia da attuare che da riscuotere è quella di aumentare l’Iva, ma sarebbe come se un’industria di pollame decidesse di abbattere i costi riducendo al quantità di mangime somministrata alle galline ovaiole: nel caso migliore la produzione delle uova ne risentirebbe nella stessa misura delle economie realizzate.
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La doppia verità di Merope
Gli ultimi scandali del Premier Gaglioffo (si fa per dire, visto che molta gente devota e di chiesa ha disimparato a scandalizzarsi), hanno fatto affiorare alla mia memoria un vecchio ricordo di liceo: Rodopi, la bellissima Rodopi dalle “guance rosa”, chiamata anche Dorica, e la doppia verità sulla sua esistenza.
Nella tradizione più antica, Rodopi fu una famosa meretrice della Tracia, la quale accumulò tante ricchezze da potersi costruire una delle piramidi egiziane. Piramide che non doveva essere tanto piccola, se per secoli i greci le hanno attribuito quella di Micerino. Per altro pare che anche il fratello di Saffo, Carasso (il quale commerciava in vini con l’Egitto) l’avesse intensamente frequentata, e addirittura avesse cercato di riscattarla, procurando non poche preoccupazioni alla poetessa di Lesbo.
In effetti esistono alcuni frammenti dell’opera di Saffo che riconducono a questa storia (frammenti 5, 7 e 15). In particolare il più completo dei tre, il n. 5, contiene un’invocazione ad Afrodite e alle Nereidi perché propizino il rientro del fratello, libero dagli antichi errori.
La storia della piramide, tuttavia, è considerata infondata Erodoto, il quale la giustifica col fatto che in effetti, la bella Rodopi era riuscita a farsi sposare dal faraone Amasis (570-526 a.C.), acquisendo così il diritto ad essere sepolta nella piramide di Cheope.
L’aspetto buffo della storia, tuttavia, non è tanto la ricchezza accumulata da questa etera, e la sua scalata nella società egiziana.
Secondo una versione “ufficiale” (e successiva), ripresa da Claudo Eliano (165/170-235)), Merope (o Meropi), non era affatto una prostituta, ma una povera ragazza, bellissima e pudica, schiava d’un certo Iadmone di Samo, padrone anche del famoso favolista Esopo.
Sebbene gentile con lei, il padrone di casa, che passava molto del suo tempo a dormire, era completamente ignaro dei maltrattamenti che la ragazza era costretta a subire dalle altre schiave. Queste si prendevano gioco del suo status di straniera e della sua carnagione chiara, sottoponendola, a continue vessazioni e dispetti.
Avendola sorpresa a danzare da sola con grande scioltezza e grazia, un giorno il padrone le fece dono di un paio di pantofole di oro rosso. Questo gesto, tuttavia, non fece che inasprire ancor più il comportamento delle altre schiave nei confronti di Merope.
Accadeva, intanto, che un bel giorno il faraone Amasis invitò tutto il popolo d’Egitto ad un’imponente celebrazione da lui offerta nella città di Menphi. Le altre schiave ostacolano la partecipazione di Rodopi, ingiungendole di portare a termine una lunga lista di ingrati lavori domestici. Tuttavia, mentre Rodopi era al fiume a fare il bucato con le sue pantofole esposte ad asciugare al sole, improvvisamente Horus, nelle sue sembianze di falcone, si abbatte in picchiata portandone una in volo con sé.
Volato fino a Menphi, il falcone lasciò cadere la sua preda ai piedi del faraone il quale, interpretato l’evento come un segno divino, decretò che tutte le fanciulle del regno dovessero provare la pantofola perché lui avrebbe sposato quella che fosse riuscita a calzarla.
La lunga ricerca del Faraone, rivelatasi fino a lungo vana e infruttuosa, lo condusse nella casa di Rodope. La schiava, vista arrivare l’imbarcazione reale, cercò invano di nascondersi. Non riuscì, però, a sfuggire alla vista del faraone che la invitò a provare la pantofola. Dopo aver constatato la pertinenza della pantofola al suo piedino, Merope trasse fuori l’altra e il faraone la prese con sé per sposarla.
Che in questa versione possa esserci lo zampino dell’amico e compagno di schiavitù Esopo è difficile negarlo.
Sta di fatto, che mentre la memoria dell’etera Merope si è persa nei meandri del tempo, quella della Merope-Cenerentola persiste più viva che mai anche ai nostri giorni.
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Come mentire dicendo cose vere
Il ministro Tremonti dice una cosa vera quando denuncia che ogni anno la Gazzetta Ufficiale pubblica chilometri e chilometri di pagine.
Tuttavia mente per omissione quando non specifica che il 95% e oltre di tali pagine sono rappresentate da annunci e comunicazioni ufficiali a cura di soggetti diversi (e spesso obbligatori per legge) e da microprovvedimenti (concorsi, nomine, promozioni ecc.) della stessa amministrazione statale.
Come dire che le menzogne peggiori sono quelle lasciate intendere dicendo cose inoppugnabilmente vere.
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Occupazione, disoccupazione e sottoccupazione: è come il gioco delle tre carte
Gli ultimi dati sulla disoccupazione in Italia, salita all’8,3%, apparentemente indicano, per il nostro Paese, una situazione migliore rispetto agli USA e agli altri paesi europei.
In materia di occupazione, tuttavia, l’ISTAT non dice tutta la verità.
In primo luogo, non vengono conteggiati i lavoratori in cassa integrazione. Questi, ufficialmente, fino alla conclusione del periodo di copertura della CIG, rimangono occupati. E’ evidente che si tratta di un piccolo falso contabile. Sarebbe più serio, perciò, riferire contemporaneamente anche questo secondo indicatore e trarne le conseguenze.
Un altro indicatore ignorato (o taciuto) è quello relativo alla sottoccupazione. Per quanto concerne Gli Stati Uniti, ad esempio, sappiamo che, mentre la disoccupazione ha raggiunto quota 10%, la sottoccupazione interessa il 17% della forza lavoro.
Questo dato per l’Italia non ci è dato saperlo.
Per una perfetta equiparazione del dati, sarebbe necessario che l’Istat rivedesse la sua definizione di lavoratore occupato, e omogeneizzasse i suoi dati in termini di equivalenti a tempo pieno.
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<Idee confuse
L’annuncio dell’invio di altri 1.100 carabinieri in Afganistan mi porta a riflettere su un piccolo dettaglio: l’arma dei carabinieri è stata istituita (e giustifica la propria autonomia dall’Esercito Italiano, recentemente sancita) per i fini di ordine interno che essa persegue; per quale motivo, allora, mandiamo carabinieri nei territori di guerra al posto dell’esercito, mentre poi si inviano soldati a presidiare le nostre città, cosa che i carabinieri farebbero meglio?
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Referendum, un’arma negata
Il fallimento dell’ultimo referendum, per mancato raggiungimento del quorum, impone alcune considerazioni.
La prima concerne la disparità esistente tra coloro che sono favorevoli ad un dato quesito referendario e coloro che invece si oppongono. I primi, infatti, hanno due scogli da superare: a) convincere gli elettori a recarsi a votare, senza di che il referendum muore; b) convincerli della bontà delle proprie tesi.
Per contro, gli avversari dispongono di due armi per minare gli obiettivi dei primi: 1) il legittimo voto contrario al quesito proposto; 2) l’arma dell’astensione che, in definitiva, condiziona la validità del referendum stesso: perché un referendum sia valido spesso occorre la benevola partecipazione al voto di quanti vi si oppongono.
Si aggiunga a ciò l’indebita appropriazione, da parte degli oppositori di un referendum, della volontà di voto di quanti fisiologicamente, in un sistema dove non esistono le liste elettorali e il voto è un diritto-dovere di ogni cittadino maggiorenne, sono soliti non partecipare ad alcuna consultazione o comunque sono costrette per i motivi più vari ad astenersi.
L’uso, spesso spregiudicato, dell’invito all’astensione è certamente un’evidente coartazione della democrazia. La disparità tra i due gruppi è stridente e, francamente, non so quanto ciò sia costituzionale. Molto probabilmente non lo è, e mi stupirei molto se questo aspetto non fosse mai stato sollevato.
I gruppi politici o d’opinione che ricorrono a questo meschino machiavellismo dimostrano un evidente disprezzo per lo spirito profondo della democrazia e l’elettore maturo farebbe bene a ripagarli con la stessa moneta.
Una seconda considerazione concerne la segretezza del voto, ampiamente violata e violabile qualora si vogliano monitorare gli orientamenti politici dei votanti sulla base della partecipazione ad un referendum, essendo ormai quasi scontato che il prendervi parte rappresenti un’esplicita scelta di campo. Anche in questa ottica appare evidente una grave violazione d’un principio costituzionale: quello della segretezza del voto
Per ovviare ad alcune di queste storture, c’è chi propone l’abbassamento della soglia del quorum. Altri, invece, invocano dei rarificarne l’evenienza, magari elevando il numero delle firme necessarie per la proposizione.
Francamente non condivido nessuna delle due posizioni e continuo a sognare un paese dove le date per le consultazioni elettorali non vengano scelte dalle maggioranze al potere in base a meri e contingenti tornaconti, alle previsioni sulle voglie di mare, e comunque con il chiaro intento di condizionarne il risultato.
Sogno un paese dove una legge generale (e non modificabile in base alle previsioni meteorologiche) stabilisca la giornata elettorale dell’anno una volta per tutte, sicché tutte le consultazioni, di qualsiasi tipo ordine e grado, si svolgano in quella data prefissata e immodificabile, comprese le consultazioni referendarie senza che alcun elettore possa ricorrere alla furbizia di rifiutare una scheda e di portarsi assente per una delle elezioni previste, pur essendo presente e votante per le altre.
Non sono d’accordo neppure con coloro che ritengono eccessivo il ricorso che in questi ultimi decenni si è fatto al referendum: uno strumento al quale, invece, non si ricorre mai troppo, se penso alle decine e decine di quesiti referendari ai quali sono chiamati a dare risposte, in occasione delle giornate elettorali, ad esempio, i cittadini statunitensi.
Per non essere frainteso, tengo a precisare che dei quesiti referendari appena bocciati, solo uno mi convinceva del tutto (quello sul divieto delle candidature plurime).
Per quanto concerne i primi due, pur non essendo un proporzionalista a 360 gradi, è il concetto stesso di “premio di maggioranza” che mi lascia perplesso.
Ogni mezzo deve essere adeguato al suo scopo. La tecnica elettorale, pertanto, non può prescindere dai compiti dell’organismo da eleggere. Così, per un consesso di tipo puramente amministrativo (come un organismo di governo locale o una Camera Bassa, deputata al solo indirizzamento e controllo dell’attività governativa) non trovo per nulla scandaloso un sistema maggioritario secco, basato su piccoli collegi nominali, dove i candidati sono soprattutto “persone” che dichiarano di riconoscersi in un partito senza essere da questi necessariamente designati. Il cercare di raggiungere lo stesso scopo con discutibili soglie di sbarramento o premi al vincitore relativo, mi sembra un’inutile orpello.
Al contrario, non saprei trovare soluzioni diverse da un rigido sistema proporzionale (con candidati designati da un meccanismo di primarie) per una Camera Alta la cui unica attività consista nell’emanazione di Leggi Etiche. Che sono cosa diversa e per n nulla collegabili, mettiamo, col volere fare un ponte o un’autostrada.
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In carcere per una multa
Oggi un ex giudice federale australiano di 70 anni (più o meno equivalente ad un giudice della nostra Cassazione) è stato condannato a tre anni di carcere senza sospensione condizionale perché tempo fa ha dichiarato il falso al fine di evitare una multa di 34 euro e la decurtazione di due punti sulla patente per eccesso di velocità.
In particolare, Marcus Einfeld – questo è il suo nome – ha dichiarato che alla guida dell’auto multata c’era una sua amica che, in seguito ad una banale contraddizione, è invece risultata trovarsi in tutt’altra località.
In Italia in carcere forse sarebbe finito il poliziotto che ha rilevato la multa.
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Le sette vacche magre
Con l’approvazione del programma d’interventi per il rilancio dell’economia, sono trentaquattro i paesi che hanno varato misure atte a lottare la recessione in atto. Il totale degli interventi messi in cantiere (o semplicemente annunciati) ammonta a circa il 2,6% del PIL mondiale, con punte che vanno dallo 0,4% dell’Italia al 6% della Cina.
Una massa di fuoco imponente, anche se fortemente scoordinata, dato il carattere nazionalistico che caratterizza quasi tutti gli interventi.
Ma, prima di vedere quali sono le principali manovre messe in atto, può essere opportuno richiamare alcune nozioni generali su qualche concetto trascurato.
Le crisi cicliche
Le crisi economiche non sono una novità. La storia biblica di Giuseppe e del faraone d’Egitto (Genesi, 41) è l’esempio più antico di crisi ciclica che, secondo i consigli dello stesso Giuseppe poteva essere affrontata accantonando, durante la fase ascendente, il 20% del PIL in funzione anticiclica.
Le sette vacche grasse e le sette spighe ricche del sogno del faraone erano la rappresentazione emblematica della fase ascendente del ciclo, così come le vacche magre e le spighe vuote ne raffiguravano quella calante. E solo un governante saggio, come quello suggerito da Giuseppe, e poi dallo stesso incarnato, poteva mettere in atto una politica di accantonamenti anticiclica. Di più, allora, non si sapeva fare, anche se la storia egiziana ci insegna come, dopo le grandi canalizzazioni e bonifiche del corso e del delta del Nilo e i conseguenti incrementi di produttività, i successivi investimenti in templi e piramidi spesso non erano altro che un modo per ridistribuire il frutto degli abbondanti raccolti tra tutte le classi sociali.
Secondo la teoria dei cicli, la crisi è una fase fisiologica del divenire economico e tutte le manovre anticiclo messe in atto nell’ultimo mezzo secolo sono valse soltanto a rinviarne di qualche decennio la decantazione. La sua evenienza è nota agli economisti, così come per i geologi è scontato che, prima o poi, la California sarà sconvolta da un immane terremoto (“the big one”), e per gli agricoltori è pacifico che a ogni autunno segua un inverno foriero di una nuova primavera.
A parte gli “effetti collaterali”, le crisi cicliche costituiscono l’inevitabile catarsi di un sistema economico inceppato da entità che invecchiano senza sapersi rinnovarsi; le crisi fanno piazza pulita delle imprese obsolete e diventate sovrastruttura e creano l’humus per un nuovo corso dominato da una generazione fresca d’imprese e soggetti innovanti.
Gli effetti collaterali della crisi spesso sono devastanti. Ciò è dovuto prevalentemente al fatto che ancora non disponiamo né di conoscenze teoriche sufficienti né, tantomeno, di esperienze pratiche atte ad ammortizzarle.
L’armamentario delle misure anticrisi
Sintetizzando al massimo, le politiche messe in atto dai vari governi in funzione anticiclica possono essere ricondotte a quattro:
- manovra fiscale sotto la forma dell’abbattimento delle aliquote;
- incentivi al consumo, tendenti a rimuovere il blocco psicologico che in questi ultimi mesi ha caratterizzato la spesa delle famiglie. Gli incentivi più comuni possono essere suddivisi in tre sottogruppi:
- erogazione diretta di un dato ammontare di denaro;
- erogazione di bonus di spesa mirati solo a incoraggiare determinati acquisti (in Italia sono di moda le cosiddette rottamazioni);
- erogazioni indirette attraverso il sistema delle detrazioni fiscali legate a precise spese o investimenti;
- manovre fiscali varie in materia di Iva e imposte similari.
Beneficiari di tali incentivi possono essere indistintamente tutti i cittadini, tutte le famiglie o solo alcune particolari categorie (bambini al disotto di x anni; pensionati; famiglie con più di x figli; persone che hanno perso il posto di lavoro, ecc).
- opere pubbliche di largo respiro, tendenti a ottenere lo stesso risultato, ma facendo leva sulla spesa pubblica in conto capitale.
- e, infine, ma in misura relativamente minore, stimoli all’innovazione, tendenti a una specie di eutanasia guidata del sistema produttivo obsoleto o, se vogliamo, a un passaggio indolore da questo sistema verso uno nuovo, capace di trainare lo sviluppo del prossimo ciclo economico.
La manovra fiscale (o più precisamente la detassazione) costituisce il più classico degli interventi.
Tra i suoi pro occorre sottolineare:
A. immediatezza della sua attuazione,
B. facilità di applicazione,
C. molteplicità dei suoi effetti diretti, nel senso che può agire sia in favore dei consumi delle famiglie, che per stimolare gli investimenti,
D. frazionamento del rischio d’insuccesso, in quanto gli operatori economici reagiranno alle misure prese in modo diverso, garantendo che almeno una quota importante dei comportamenti derivanti abbia reali vantaggi ai fini della ripresa.
Per contro, la manovra fiscale presenta non pochi limiti:
1. risente troppo di una visione liberista dell’economia, in contrasto con il carattere interventistico della stessa manovra anticiclica di cui fa parte.
2. avvantaggia solo alcuni gruppi sociali, e in particolare chi ha un reddito tassabile importante;
3. non garantisce che i vantaggi fiscali si traducano in iniziative a vantaggio dell’intero paese;
4. gli effetti sperati, quando ci sono, dimostrano una certa lentezza misurabile in vari mesi, se non addirittura anni;
5. per i governi è una specie di rinuncia a intervenire con una propria strategia.
Gli incentivi al consumo sono facili da mettere in atto e quasi tutti i governi li hanno inseriti nei rispettivi piani d’intervento.
I vantaggi di tale strumento sono numerosi. Vediamone alcuni:
A. possono essere messi in atto in tempi brevissimi. In Australia, che è stata la nazione più generosa in questo senso, tra l’annuncio, l’approvazione e l’erogazione dei bonus di spesa alle famiglie sono intercorse solo alcune settimane;
B. il loro affetto è altrettanto immediato: da poche settimane a qualche mese.
C. suppliscono alla mancanza o insufficienza di ammortizzatori sociali consolidati e generalizzati;
D. piacciono molto sia ai cittadini, sia ai sindacati (vantaggio non trascurabile, in particolare per quei governi che si avvicinano a scadenze elettorali).
Per contro presentano non pochi inconvenienti:
1. in primo luogo solo i paesi con un deficit (commerciale e/o di bilancio) contenuto possono permettersi di spendere a piene mani delle risorse che dovranno essere prodotte negli anni a venire proprio grazie ai buoni risultati degli stessi incentivi. Per i governi e i paesi che sono stati cicale negli anni passati, questo tipo d’intervento è praticamente precluso, se non fortemente limitato;
2. il loro effetto può essere limitato nel tempo e comunque altamente variabile in funzione delle altre co-condizioni del mercato.
3. Assecondo della formula pratica messa in atto, possono essere discriminatori, a addirittura iniqui. Ad esempio, per quanto allettante possa essere l’incentivo a “rottamare” un’auto, non avrà alcun impatto immediato nei confronti di chi ha appena perso il lavoro. Agli occhi di questi cittadini, una misura del genere appare piuttosto una beffa, perché a prima vista avvantaggia soltanto chi il lavoro l’ha ancora e non teme di perderlo.
Le opere pubbliche costituiscono lo strumento classico di politica anticiclica.
I vantaggi sono prevalentemente due:
A. la manovra agisce su uno dei settori portanti di tutte le economie, l’edilizia, che ha rapporti d’input/output con tutti gli altri comparti;
B. In secondo luogo, a differenza degli incentivi al consumo, la spesa in questa direzione costituisce un investimento e non impoverisce le generazioni più giovani che poi dovranno sopportarne l’onere. In quest’ottica, anche uno stato con un debito elevato può impegnarsi in un forte programma d’investimenti; infatti, il conseguente indebitamento aggiuntivo, pur appesantendo ulteriormente il rapporto debito/PIL, è compensato da un quasi analogo incremento dell’ipotetico conto patrimoniale del paese (un indice di misura che dovrebbe integrare quello del PIL, senza mancare di rispetto per Kuznets).
Non sono assenti gli aspetti negativi.
1. Al primo punto va ricordata la lentezza dell’avviamento di questi programmi. Le grandi opere non s’improvvisano e, per quanto spesso la loro individuazione sia relativamente semplice (basta scorrere l’elenco delle promesse non mantenute dai vari governi), la preparazione dei progetti esecutivi può richiedere mesi e mesi, se non anni.
2. Incombe sempre il rischio di fare grandi cattedrali nel deserto, ipotesi che ne annullerebbe il valore patrimoniale, senza perciò cancellarne il debito.
3. Può alimentare localismi (a favore o contro), cosa che non aiuta soprattutto in un periodo di crisi.
4. Per le loro stesse caratteristiche, le opere in oggetto devono essere di grande utilità. Ciò significa che la loro realizzazione è soltanto una questione di tempo e di risorse disponibili. Anticipandone la realizzazione, si privano i governi futuri di un importante strumento d’intervento nell’ipotesi di nuove (e inevitabili) crisi.
L’innovazione è l’aspetto più originale della panoplia di misure messe in atto. Essa si fonda sulla visione ciclica delle crisi, sulla loro ineluttabilità e sul loro ruolo di pulizia del vecchio ordine economico per la nascita di uno nuovo. Gli stati che stanno ricorrendo a questo tipo d’intervento sono pochi, ma fra essi figurano in primo luogo gli USA che d’innovazione sono vissuti e prosperati negli ultimi venticinque anni.
Sia che si tratti di ecologia, di genomica o di nanotecnologie, l’innovazione richiede un humus di ricerca, ma soprattutto una flessibilità e predisposizione al cambiamento che pochi paesi possiedono. Si tratta, infatti, di proporsi subito come leader nel campo prescelto e come esportatori netti di conoscenza e tecnologia nella fase di ripresa successiva.
Per molti stati questa scelta sarebbe solo velleitaria.
L’esperienza insegna
La lezione della crisi de ’29 ha fatto scuola e, per nostra fortuna, questa nuova grandi crisi può essere affrontata in maniera decisa e tempestiva su scala planetaria, indipendentemente dall’assenza o dall’insipienza di taluni stati e governi.
C’è, però, un’altra lezione che non è stata recepita. L’insegnamento ci viene dalla storia egiziana e dalla crisi economica più antica che si conosca: le manovre anticicliche vanno preparate durante la fase del boom. E’ allora che bisognerebbe fare gli accantonamenti opportuni, perché le crisi cicliche non sono soltanto inevitabili e ineludibili; in una visione di lungo periodo sono positive e necessarie.
Che fare?
Non c’è dubbio che la condizione debitoria italiana limiti molto le possibilità d’intervento. D’altra parte, in mancanza di una strategia coordinata fra i principali paesi, tutti gli attori economici si sentono in diritto di richiedere al governo misure atte a non svantaggiarli nei confronti della concorrenza estera. Ciononostante, alcune misure sono obbligate; altre sono improcrastinabili; altre, ancora, semplicemente preferibili.
Sul piano fiscale, poche misure, promesse in tempi non sospetti e fortemente sbandierate, mi sembrano prioritarie:
- una fiscalità equa, basata non su teorici (e spesso arbitrari) indici di redditività, bensì sul reddito reale dei soggetti. In altri termini occorre accantonare il dogma burocratico degli indici di settore e ritornare ai bilanci veri delle imprese: gli utili di un’azienda non possono essere misurati statisticamente con la redditività media del settore di appartenenza. In base alle curve di Gauss, normalmente, l’80% degli utili di un comparto è concentrato nel 20% delle aziende del settore stesso; il rimanente 80%, quando non è in perdita o in condizione di precario equilibrio, deve spartirsi il 20% marginale. Che l’Agenzia delle entrate si concentri su quel 20% d’imprese che raccoglie i quattro quinti della redditività del paese!
- attuazione reale, quantomeno per le imprese medio – piccole, del pagamento dell’Iva per cassa e non per competenza;
- abolizione del calcolo dell’Irap (o comunque la si voglia chiamare) a bilancio chiuso, come detrazione di utili che a volte non ci sono; le imposte regionali e simili vanno calcolate come aliquote addizionali sul reddito effettivo;
- non avere paura di fare pagare anche molto alle imprese che, crisi o non crisi, hanno un reddito positivo, spesso perché avvantaggiate da situazioni di monopolio o dalla stessa crisi: non dimentichiamo la legge di Walras secondo cui “in regime di concorrenza, gli utili delle imprese tendono a zero”, per cui “solo in regime di monopolio le imprese possono realizzare profitti”.
Incentivi al consumo. Più che d’incentivi, la situazione italiana richiede una sia pur tardiva estensione degli ammortizzatori sociali a tutte le categorie di lavoratori, ivi inclusi i precari, gli pseudo – imprenditori di se stessi e i piccolissimi operatori.
Le soluzioni non possono essere affidate a una tantum o a elemosine di stato, ma devono affrontare strutturalmente il problema, senza dimenticare, nel bene e nel male, il problema dei pensionati.
Opere pubbliche. L’anticipo della messa in cantiere delle opere pubbliche di cui è disponibile la progettazione definitiva e il completamento di tutte quelle opere sospese in passato per mancanza di risorse dovrebbe costituire la priorità. Per le opere discutibili o discusse (le possibili cattedrali nel deserto) è meglio attendere tempi migliori.
Innovazione. In questa materia bisogna essere franchi e sfatare subito alcuni luoghi comuni.
- In primo luogo, in questa materia gli slogan non funzionano. Negli Usa l’amministrazione Obama può mettere l’innovazione in materia ecologica tra gli strumenti anticrisi, perché il suo paese ha una lunga storia di crescita basata sullo sviluppo di un settore nuovo. Basti pensare all’informatica che, con imprese come Ibm, Microsoft o Cisco (per non citarne che alcune), nell’ultimo quarto di secolo, ha rappresentato il vero motore dell’economia statunitense. Con gli investimenti programmati sul fronte della ricerca ecologica, la nuova amministrazione Usa vuole fare nascere delle nuove Microsoft, o Sun o Cisco dell’energia verde. Se vuole, l’Italia deve puntare su un altro cavallo, ma dopo avere fatto un accurato censimento dei suoi punti di forza effettivi.
- In secondo luogo, innovazione (sopratutto quella che diventa subito prodotto) non fa necessariamente rima con università.
Il guaio è che il sistema economico italiano è svantaggiato, soprattutto rispetto a quello anglosassone, perché è del tutto assente il fenomeno del capitalismo di rischio (venture capitals), con il suo naturale sbocco che è la Borsa: a Londra, ad esempio, ogni mese sono quotate circa 20 nuove aziende, un gran numero delle quali ha meno di 10 dipendenti.
Il capitale delle nuove imprese italiane (ma anche di moltissime di quelle meno nuove) generalmente è insufficiente se non del tutto inesisente. Per di più, il finanziamento bancario -che comunque non può e non deve sostituirsi al capitale proprio di rischio- è condizionato da garanzie reali di tipo “usuraio” e oggi è reso più difficoltoso, oltre che dalla crisi, dagli accordi di Basilea II.
Senza un capitalismo di rischio, la maggior parte dei potenziali creatori di nuove imprese innovanti rimarrà solo una ricchezza potenziale, brillante, ma non utilizzata.
Fondi di “investimento a rischio”. Tra le misure anticrisi, il governo dovrebbe prevedere l’istituzione di “fondi d’investimento a rischio” per promuovere la creazione d’imprese innovative e in particolare:
* varare una legge che ne circoscriva l’esatto ambito operativo, al fine di evitare abusi e speculazioni (la breve storia del capitalismo di rischio italiano è caratterizzata prevalentemente da iniziative speculative, come quelle che stavano dietro molte imprese quotate presso il defunto “Nuovo Mercato”, durante la cosiddetta bolla di internet, spesso a capitale bancario italiano anche se regolarmente domiciliate in qualche paradiso fiscale);
* concedere un favorevole regime fiscale per quanto concerne gli investimenti effettuati nel Paese;
* condizionare gli interventi di salvataggio a favore del sistema bancario alla destinazione di un’aliquota dell’intervento stesso alla creazione, promozione o partecipazione in fondi di investimento a rischio.
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