Con l’approvazione del programma d’interventi per il rilancio dell’economia, sono trentaquattro i paesi che hanno varato misure atte a lottare la recessione in atto. Il totale degli interventi messi in cantiere (o semplicemente annunciati) ammonta a circa il 2,6% del PIL mondiale, con punte che vanno dallo 0,4% dell’Italia al 6% della Cina.
Una massa di fuoco imponente, anche se fortemente scoordinata, dato il carattere nazionalistico che caratterizza quasi tutti gli interventi.
Ma, prima di vedere quali sono le principali manovre messe in atto, può essere opportuno richiamare alcune nozioni generali su qualche concetto trascurato.
Le crisi cicliche
Le crisi economiche non sono una novità. La storia biblica di Giuseppe e del faraone d’Egitto (Genesi, 41) è l’esempio più antico di crisi ciclica che, secondo i consigli dello stesso Giuseppe poteva essere affrontata accantonando, durante la fase ascendente, il 20% del PIL in funzione anticiclica.
Le sette vacche grasse e le sette spighe ricche del sogno del faraone erano la rappresentazione emblematica della fase ascendente del ciclo, così come le vacche magre e le spighe vuote ne raffiguravano quella calante. E solo un governante saggio, come quello suggerito da Giuseppe, e poi dallo stesso incarnato, poteva mettere in atto una politica di accantonamenti anticiclica. Di più, allora, non si sapeva fare, anche se la storia egiziana ci insegna come, dopo le grandi canalizzazioni e bonifiche del corso e del delta del Nilo e i conseguenti incrementi di produttività, i successivi investimenti in templi e piramidi spesso non erano altro che un modo per ridistribuire il frutto degli abbondanti raccolti tra tutte le classi sociali.
Secondo la teoria dei cicli, la crisi è una fase fisiologica del divenire economico e tutte le manovre anticiclo messe in atto nell’ultimo mezzo secolo sono valse soltanto a rinviarne di qualche decennio la decantazione. La sua evenienza è nota agli economisti, così come per i geologi è scontato che, prima o poi, la California sarà sconvolta da un immane terremoto (”the big one”), e per gli agricoltori è pacifico che a ogni autunno segua un inverno foriero di una nuova primavera.
A parte gli “effetti collaterali”, le crisi cicliche costituiscono l’inevitabile catarsi di un sistema economico inceppato da entità che invecchiano senza sapersi rinnovarsi; le crisi fanno piazza pulita delle imprese obsolete e diventate sovrastruttura e creano l’humus per un nuovo corso dominato da una generazione fresca d’imprese e soggetti innovanti.
Gli effetti collaterali della crisi spesso sono devastanti. Ciò è dovuto prevalentemente al fatto che ancora non disponiamo né di conoscenze teoriche sufficienti né, tantomeno, di esperienze pratiche atte ad ammortizzarle.
L’armamentario delle misure anticrisi
Sintetizzando al massimo, le politiche messe in atto dai vari governi in funzione anticiclica possono essere ricondotte a quattro:
- manovra fiscale sotto la forma dell’abbattimento delle aliquote;
- incentivi al consumo, tendenti a rimuovere il blocco psicologico che in questi ultimi mesi ha caratterizzato la spesa delle famiglie. Gli incentivi più comuni possono essere suddivisi in tre sottogruppi:
- erogazione diretta di un dato ammontare di denaro;
- erogazione di bonus di spesa mirati solo a incoraggiare determinati acquisti (in Italia sono di moda le cosiddette rottamazioni);
- erogazioni indirette attraverso il sistema delle detrazioni fiscali legate a precise spese o investimenti;
- manovre fiscali varie in materia di Iva e imposte similari.
Beneficiari di tali incentivi possono essere indistintamente tutti i cittadini, tutte le famiglie o solo alcune particolari categorie (bambini al disotto di x anni; pensionati; famiglie con più di x figli; persone che hanno perso il posto di lavoro, ecc).
- opere pubbliche di largo respiro, tendenti a ottenere lo stesso risultato, ma facendo leva sulla spesa pubblica in conto capitale.
- e, infine, ma in misura relativamente minore, stimoli all’innovazione, tendenti a una specie di eutanasia guidata del sistema produttivo obsoleto o, se vogliamo, a un passaggio indolore da questo sistema verso uno nuovo, capace di trainare lo sviluppo del prossimo ciclo economico.
La manovra fiscale (o più precisamente la detassazione) costituisce il più classico degli interventi.
Tra i suoi pro occorre sottolineare:
A. immediatezza della sua attuazione,
B. facilità di applicazione,
C. molteplicità dei suoi effetti diretti, nel senso che può agire sia in favore dei consumi delle famiglie, che per stimolare gli investimenti,
D. frazionamento del rischio d’insuccesso, in quanto gli operatori economici reagiranno alle misure prese in modo diverso, garantendo che almeno una quota importante dei comportamenti derivanti abbia reali vantaggi ai fini della ripresa.
Per contro, la manovra fiscale presenta non pochi limiti:
1. risente troppo di una visione liberista dell’economia, in contrasto con il carattere interventistico della stessa manovra anticiclica di cui fa parte.
2. avvantaggia solo alcuni gruppi sociali, e in particolare chi ha un reddito tassabile importante;
3. non garantisce che i vantaggi fiscali si traducano in iniziative a vantaggio dell’intero paese;
4. gli effetti sperati, quando ci sono, dimostrano una certa lentezza misurabile in vari mesi, se non addirittura anni;
5. per i governi è una specie di rinuncia a intervenire con una propria strategia.
Gli incentivi al consumo sono facili da mettere in atto e quasi tutti i governi li hanno inseriti nei rispettivi piani d’intervento.
I vantaggi di tale strumento sono numerosi. Vediamone alcuni:
A. possono essere messi in atto in tempi brevissimi. In Australia, che è stata la nazione più generosa in questo senso, tra l’annuncio, l’approvazione e l’erogazione dei bonus di spesa alle famiglie sono intercorse solo alcune settimane;
B. il loro affetto è altrettanto immediato: da poche settimane a qualche mese.
C. suppliscono alla mancanza o insufficienza di ammortizzatori sociali consolidati e generalizzati;
D. piacciono molto sia ai cittadini, sia ai sindacati (vantaggio non trascurabile, in particolare per quei governi che si avvicinano a scadenze elettorali).
Per contro presentano non pochi inconvenienti:
1. in primo luogo solo i paesi con un deficit (commerciale e/o di bilancio) contenuto possono permettersi di spendere a piene mani delle risorse che dovranno essere prodotte negli anni a venire proprio grazie ai buoni risultati degli stessi incentivi. Per i governi e i paesi che sono stati cicale negli anni passati, questo tipo d’intervento è praticamente precluso, se non fortemente limitato;
2. il loro effetto può essere limitato nel tempo e comunque altamente variabile in funzione delle altre co-condizioni del mercato.
3. Assecondo della formula pratica messa in atto, possono essere discriminatori, a addirittura iniqui. Ad esempio, per quanto allettante possa essere l’incentivo a “rottamare” un’auto, non avrà alcun impatto immediato nei confronti di chi ha appena perso il lavoro. Agli occhi di questi cittadini, una misura del genere appare piuttosto una beffa, perché a prima vista avvantaggia soltanto chi il lavoro l’ha ancora e non teme di perderlo.
Le opere pubbliche costituiscono lo strumento classico di politica anticiclica.
I vantaggi sono prevalentemente due:
A. la manovra agisce su uno dei settori portanti di tutte le economie, l’edilizia, che ha rapporti d’input/output con tutti gli altri comparti;
B. In secondo luogo, a differenza degli incentivi al consumo, la spesa in questa direzione costituisce un investimento e non impoverisce le generazioni più giovani che poi dovranno sopportarne l’onere. In quest’ottica, anche uno stato con un debito elevato può impegnarsi in un forte programma d’investimenti; infatti, il conseguente indebitamento aggiuntivo, pur appesantendo ulteriormente il rapporto debito/PIL, è compensato da un quasi analogo incremento dell’ipotetico conto patrimoniale del paese (un indice di misura che dovrebbe integrare quello del PIL, senza mancare di rispetto per Kuznets).
Non sono assenti gli aspetti negativi.
1. Al primo punto va ricordata la lentezza dell’avviamento di questi programmi. Le grandi opere non s’improvvisano e, per quanto spesso la loro individuazione sia relativamente semplice (basta scorrere l’elenco delle promesse non mantenute dai vari governi), la preparazione dei progetti esecutivi può richiedere mesi e mesi, se non anni.
2. Incombe sempre il rischio di fare grandi cattedrali nel deserto, ipotesi che ne annullerebbe il valore patrimoniale, senza perciò cancellarne il debito.
3. Può alimentare localismi (a favore o contro), cosa che non aiuta soprattutto in un periodo di crisi.
4. Per le loro stesse caratteristiche, le opere in oggetto devono essere di grande utilità. Ciò significa che la loro realizzazione è soltanto una questione di tempo e di risorse disponibili. Anticipandone la realizzazione, si privano i governi futuri di un importante strumento d’intervento nell’ipotesi di nuove (e inevitabili) crisi.
L’innovazione è l’aspetto più originale della panoplia di misure messe in atto. Essa si fonda sulla visione ciclica delle crisi, sulla loro ineluttabilità e sul loro ruolo di pulizia del vecchio ordine economico per la nascita di uno nuovo. Gli stati che stanno ricorrendo a questo tipo d’intervento sono pochi, ma fra essi figurano in primo luogo gli USA che d’innovazione sono vissuti e prosperati negli ultimi venticinque anni.
Sia che si tratti di ecologia, di genomica o di nanotecnologie, l’innovazione richiede un humus di ricerca, ma soprattutto una flessibilità e predisposizione al cambiamento che pochi paesi possiedono. Si tratta, infatti, di proporsi subito come leader nel campo prescelto e come esportatori netti di conoscenza e tecnologia nella fase di ripresa successiva.
Per molti stati questa scelta sarebbe solo velleitaria.
L’esperienza insegna
La lezione della crisi de ‘29 ha fatto scuola e, per nostra fortuna, questa nuova grandi crisi può essere affrontata in maniera decisa e tempestiva su scala planetaria, indipendentemente dall’assenza o dall’insipienza di taluni stati e governi.
C’è, però, un’altra lezione che non è stata recepita. L’insegnamento ci viene dalla storia egiziana e dalla crisi economica più antica che si conosca: le manovre anticicliche vanno preparate durante la fase del boom. E’ allora che bisognerebbe fare gli accantonamenti opportuni, perché le crisi cicliche non sono soltanto inevitabili e ineludibili; in una visione di lungo periodo sono positive e necessarie.
Che fare?
Non c’è dubbio che la condizione debitoria italiana limiti molto le possibilità d’intervento. D’altra parte, in mancanza di una strategia coordinata fra i principali paesi, tutti gli attori economici si sentono in diritto di richiedere al governo misure atte a non svantaggiarli nei confronti della concorrenza estera. Ciononostante, alcune misure sono obbligate; altre sono improcrastinabili; altre, ancora, semplicemente preferibili.
Sul piano fiscale, poche misure, promesse in tempi non sospetti e fortemente sbandierate, mi sembrano prioritarie:
- una fiscalità equa, basata non su teorici (e spesso arbitrari) indici di redditività, bensì sul reddito reale dei soggetti. In altri termini occorre accantonare il dogma burocratico degli indici di settore e ritornare ai bilanci veri delle imprese: gli utili di un’azienda non possono essere misurati statisticamente con la redditività media del settore di appartenenza. In base alle curve di Gauss, normalmente, l’80% degli utili di un comparto è concentrato nel 20% delle aziende del settore stesso; il rimanente 80%, quando non è in perdita o in condizione di precario equilibrio, deve spartirsi il 20% marginale. Che l’Agenzia delle entrate si concentri su quel 20% d’imprese che raccoglie i quattro quinti della redditività del paese!
- attuazione reale, quantomeno per le imprese medio – piccole, del pagamento dell’Iva per cassa e non per competenza;
- abolizione del calcolo dell’Irap (o comunque la si voglia chiamare) a bilancio chiuso, come detrazione di utili che a volte non ci sono; le imposte regionali e simili vanno calcolate come aliquote addizionali sul reddito effettivo;
- non avere paura di fare pagare anche molto alle imprese che, crisi o non crisi, hanno un reddito positivo, spesso perché avvantaggiate da situazioni di monopolio o dalla stessa crisi: non dimentichiamo la legge di Walras secondo cui “in regime di concorrenza, gli utili delle imprese tendono a zero”, per cui “solo in regime di monopolio le imprese possono realizzare profitti”.
Incentivi al consumo. Più che d’incentivi, la situazione italiana richiede una sia pur tardiva estensione degli ammortizzatori sociali a tutte le categorie di lavoratori, ivi inclusi i precari, gli pseudo – imprenditori di se stessi e i piccolissimi operatori.
Le soluzioni non possono essere affidate a una tantum o a elemosine di stato, ma devono affrontare strutturalmente il problema, senza dimenticare, nel bene e nel male, il problema dei pensionati.
Opere pubbliche. L’anticipo della messa in cantiere delle opere pubbliche di cui è disponibile la progettazione definitiva e il completamento di tutte quelle opere sospese in passato per mancanza di risorse dovrebbe costituire la priorità. Per le opere discutibili o discusse (le possibili cattedrali nel deserto) è meglio attendere tempi migliori.
Innovazione. In questa materia bisogna essere franchi e sfatare subito alcuni luoghi comuni.
- In primo luogo, in questa materia gli slogan non funzionano. Negli Usa l’amministrazione Obama può mettere l’innovazione in materia ecologica tra gli strumenti anticrisi, perché il suo paese ha una lunga storia di crescita basata sullo sviluppo di un settore nuovo. Basti pensare all’informatica che, con imprese come Ibm, Microsoft o Cisco (per non citarne che alcune), nell’ultimo quarto di secolo, ha rappresentato il vero motore dell’economia statunitense. Con gli investimenti programmati sul fronte della ricerca ecologica, la nuova amministrazione Usa vuole fare nascere delle nuove Microsoft, o Sun o Cisco dell’energia verde. Se vuole, l’Italia deve puntare su un altro cavallo, ma dopo avere fatto un accurato censimento dei suoi punti di forza effettivi.
- In secondo luogo, innovazione (sopratutto quella che diventa subito prodotto) non fa necessariamente rima con università.
Il guaio è che il sistema economico italiano è svantaggiato, soprattutto rispetto a quello anglosassone, perché è del tutto assente il fenomeno del capitalismo di rischio (venture capitals), con il suo naturale sbocco che è la Borsa: a Londra, ad esempio, ogni mese sono quotate circa 20 nuove aziende, un gran numero delle quali ha meno di 10 dipendenti.
Il capitale delle nuove imprese italiane (ma anche di moltissime di quelle meno nuove) generalmente è insufficiente se non del tutto inesisente. Per di più, il finanziamento bancario -che comunque non può e non deve sostituirsi al capitale proprio di rischio- è condizionato da garanzie reali di tipo “usuraio” e oggi è reso più difficoltoso, oltre che dalla crisi, dagli accordi di Basilea II.
Senza un capitalismo di rischio, la maggior parte dei potenziali creatori di nuove imprese innovanti rimarrà solo una ricchezza potenziale, brillante, ma non utilizzata.
Fondi di “investimento a rischio”. Tra le misure anticrisi, il governo dovrebbe prevedere l’istituzione di “fondi d’investimento a rischio” per promuovere la creazione d’imprese innovative e in particolare:
* varare una legge che ne circoscriva l’esatto ambito operativo, al fine di evitare abusi e speculazioni (la breve storia del capitalismo di rischio italiano è caratterizzata prevalentemente da iniziative speculative, come quelle che stavano dietro molte imprese quotate presso il defunto “Nuovo Mercato”, durante la cosiddetta bolla di internet, spesso a capitale bancario italiano anche se regolarmente domiciliate in qualche paradiso fiscale);
* concedere un favorevole regime fiscale per quanto concerne gli investimenti effettuati nel Paese;
* condizionare gli interventi di salvataggio a favore del sistema bancario alla destinazione di un’aliquota dell’intervento stesso alla creazione, promozione o partecipazione in fondi di investimento a rischio.