4 Dicembre, 09

<Idee confuse

L’annuncio dell’invio di altri 1.100 carabinieri in Afganistan mi porta a riflettere su un piccolo dettaglio: l’arma dei carabinieri è stata istituita (e giustifica la propria autonomia dall’Esercito Italiano, recentemente sancita) per i fini di ordine interno che essa persegue; per quale motivo, allora, mandiamo carabinieri nei territori di guerra al posto dell’esercito,  mentre poi si inviano soldati a presidiare le nostre città, cosa che i carabinieri farebbero meglio?

23 Giugno, 09

Referendum, un’arma negata

Il fallimento dell’ultimo referendum, per mancato raggiungimento del quorum, impone alcune considerazioni.
La prima concerne la disparità esistente tra coloro che sono favorevoli ad un dato quesito referendario e coloro che invece si oppongono. I primi, infatti, hanno due scogli da superare: a) convincere gli elettori a recarsi a votare, senza di che il referendum muore; b) convincerli della bontà delle proprie tesi.
Per contro, gli avversari dispongono di due armi per minare gli obiettivi dei primi: 1) il legittimo voto contrario al quesito proposto; 2) l’arma dell’astensione che, in definitiva, condiziona la validità del referendum stesso: perché un referendum sia valido spesso occorre la benevola partecipazione al voto di quanti vi si oppongono.

Si aggiunga a ciò l’indebita appropriazione, da parte degli oppositori di un referendum,  della volontà di voto di quanti fisiologicamente, in un sistema dove non esistono le liste elettorali e il voto è un diritto-dovere di ogni cittadino maggiorenne, sono soliti non partecipare ad alcuna consultazione o comunque sono costrette per i motivi più vari ad astenersi.

L’uso, spesso spregiudicato, dell’invito all’astensione è certamente un’evidente coartazione della democrazia. La disparità tra i due gruppi è stridente e, francamente, non so quanto ciò sia costituzionale. Molto probabilmente non lo è, e mi stupirei molto se questo aspetto non fosse mai stato sollevato.

I gruppi politici o d’opinione che ricorrono a questo meschino machiavellismo dimostrano un evidente disprezzo per lo spirito profondo della democrazia e l’elettore maturo farebbe bene a ripagarli con la stessa moneta.

Una seconda considerazione concerne la segretezza del voto, ampiamente violata e violabile qualora si vogliano monitorare gli orientamenti politici dei votanti sulla base della partecipazione ad un referendum, essendo ormai quasi scontato che il prendervi parte rappresenti un’esplicita scelta di campo. Anche in questa ottica appare evidente una grave violazione d’un principio costituzionale: quello della segretezza del voto

Per ovviare ad alcune di queste storture, c’è chi propone l’abbassamento della soglia del quorum. Altri, invece, invocano dei rarificarne l’evenienza, magari elevando il numero delle firme necessarie per la proposizione.

Francamente non condivido nessuna delle due posizioni e continuo a sognare un paese dove le date per le consultazioni elettorali non vengano scelte dalle maggioranze al potere in base a meri e contingenti tornaconti, alle previsioni sulle voglie di mare, e comunque con il chiaro intento di condizionarne il risultato.

Sogno un paese dove una legge generale (e non modificabile in base alle previsioni meteorologiche) stabilisca la giornata elettorale dell’anno una volta per tutte, sicché tutte le consultazioni, di qualsiasi tipo ordine e grado, si svolgano in quella data prefissata e immodificabile, comprese le consultazioni referendarie senza che alcun elettore possa ricorrere alla furbizia di rifiutare una scheda e di portarsi assente per una delle elezioni previste, pur essendo presente e votante per le altre.

Non sono d’accordo neppure con coloro che ritengono eccessivo il ricorso che in questi ultimi decenni si è fatto al referendum: uno strumento al quale, invece, non si ricorre mai troppo, se penso alle decine e decine di quesiti referendari ai quali sono chiamati a dare risposte, in occasione delle giornate elettorali, ad esempio, i cittadini statunitensi.

Per non essere frainteso, tengo a precisare che dei quesiti referendari appena bocciati, solo uno mi convinceva del tutto (quello sul divieto delle candidature plurime).
Per quanto concerne i primi due, pur non essendo un proporzionalista a 360 gradi, è il concetto stesso di “premio di maggioranza” che mi lascia perplesso.
Ogni mezzo deve essere adeguato al suo scopo. La tecnica elettorale, pertanto, non può prescindere dai compiti dell’organismo da eleggere. Così, per un consesso di tipo puramente amministrativo (come un organismo di governo locale o una Camera Bassa, deputata al solo indirizzamento e controllo dell’attività governativa) non trovo per nulla scandaloso un sistema maggioritario secco, basato su piccoli collegi nominali, dove i candidati sono soprattutto “persone” che dichiarano di riconoscersi in un partito senza essere da questi necessariamente designati. Il cercare di raggiungere lo stesso scopo con discutibili soglie di sbarramento o premi al vincitore relativo, mi sembra un’inutile orpello.
Al contrario, non saprei trovare soluzioni diverse da un rigido sistema proporzionale (con candidati designati da un meccanismo di primarie) per una Camera Alta la cui unica attività consista nell’emanazione di Leggi Etiche. Che sono cosa diversa e per n nulla collegabili, mettiamo, col volere fare un ponte o un’autostrada.

20 Marzo, 09

In carcere per una multa

Oggi un ex giudice federale australiano di 70 anni (più o meno equivalente ad un giudice della nostra Cassazione) è stato condannato a tre anni di carcere senza sospensione condizionale perché tempo fa ha dichiarato il falso al fine di evitare una multa di 34 euro e la decurtazione di due punti sulla patente per eccesso di velocità.
In particolare, Marcus Einfeld – questo è il suo nome – ha dichiarato che alla guida dell’auto multata c’era una sua amica che, in seguito ad una banale contraddizione, è invece risultata trovarsi in tutt’altra località.
In Italia in carcere forse sarebbe finito il poliziotto che ha rilevato la multa.

9 Febbraio, 09

Le sette vacche magre

Con l’approvazione del programma d’interventi per il rilancio dell’economia, sono trentaquattro i paesi che hanno varato misure atte a lottare la recessione in atto. Il totale degli interventi messi in cantiere (o semplicemente annunciati) ammonta a circa il 2,6% del PIL mondiale, con punte che vanno dallo 0,4% dell’Italia al 6% della Cina.

Una massa di fuoco imponente, anche se fortemente scoordinata, dato il carattere nazionalistico che caratterizza quasi tutti gli interventi.

Ma, prima di vedere quali sono le principali manovre messe in atto, può essere opportuno richiamare alcune nozioni generali su qualche concetto trascurato.

Le crisi cicliche

Le crisi economiche non sono una novità. La storia biblica di Giuseppe e del faraone d’Egitto (Genesi, 41) è l’esempio più antico di crisi ciclica che, secondo i consigli dello stesso Giuseppe poteva essere affrontata accantonando, durante la fase ascendente, il 20% del PIL in funzione anticiclica.

Le sette vacche grasse e le sette spighe ricche del sogno del faraone erano la rappresentazione emblematica della fase ascendente del ciclo, così come le vacche magre e le spighe vuote ne raffiguravano quella calante. E solo un governante saggio, come quello suggerito da Giuseppe, e poi dallo stesso incarnato, poteva mettere in atto una politica di accantonamenti anticiclica. Di più, allora, non si sapeva fare, anche se la storia egiziana ci insegna come, dopo le grandi canalizzazioni e bonifiche del corso e del delta del Nilo e i conseguenti incrementi di produttività, i successivi investimenti in templi e piramidi spesso non erano altro che un modo per ridistribuire il frutto degli abbondanti raccolti tra tutte le classi sociali.
Secondo la teoria dei cicli, la crisi è una fase fisiologica del divenire economico e tutte le manovre anticiclo messe in atto nell’ultimo mezzo secolo sono valse soltanto a rinviarne di qualche decennio la decantazione. La sua evenienza è nota agli economisti, così come per i geologi è scontato che, prima o poi, la California sarà sconvolta da un immane terremoto (“the big one”), e per gli agricoltori è pacifico che a ogni autunno segua un inverno foriero di una nuova primavera.

A parte gli “effetti collaterali”, le crisi cicliche costituiscono l’inevitabile catarsi di un sistema economico inceppato da entità che invecchiano senza sapersi rinnovarsi; le crisi fanno piazza pulita delle imprese obsolete e diventate sovrastruttura e creano l’humus per un nuovo corso dominato da una generazione fresca d’imprese e soggetti innovanti.

Gli effetti collaterali della crisi spesso sono devastanti. Ciò è dovuto prevalentemente al fatto che ancora non disponiamo né di conoscenze teoriche sufficienti né, tantomeno, di esperienze pratiche atte ad ammortizzarle.

L’armamentario delle misure anticrisi

Sintetizzando al massimo, le politiche messe in atto dai vari governi in funzione anticiclica possono essere ricondotte a quattro:

  • manovra fiscale sotto la forma dell’abbattimento delle aliquote;
  • incentivi al consumo, tendenti a rimuovere il blocco psicologico che in questi ultimi mesi ha caratterizzato la spesa delle famiglie. Gli incentivi più comuni possono essere suddivisi in tre sottogruppi:
  1. erogazione diretta di un dato ammontare di denaro;
  2. erogazione di bonus di spesa mirati solo a incoraggiare determinati acquisti (in Italia sono di moda le cosiddette rottamazioni);
  3. erogazioni indirette attraverso il sistema delle detrazioni fiscali legate a precise spese o investimenti;
  4. manovre fiscali varie in materia di Iva e imposte similari.

Beneficiari di tali incentivi possono essere indistintamente tutti i cittadini, tutte le famiglie o solo alcune particolari categorie (bambini al disotto di x anni; pensionati; famiglie con più di x figli; persone che hanno perso il posto di lavoro, ecc).

  • opere pubbliche di largo respiro, tendenti a ottenere lo stesso risultato, ma facendo leva sulla spesa pubblica in conto capitale.
  • e, infine, ma in misura relativamente minore, stimoli all’innovazione, tendenti a una specie di eutanasia guidata del sistema produttivo obsoleto o, se vogliamo, a un passaggio indolore da questo sistema verso uno nuovo, capace di trainare lo sviluppo del prossimo ciclo economico.

La manovra fiscale (o più precisamente la detassazione) costituisce il più classico degli interventi.
Tra i suoi pro occorre sottolineare:

A. immediatezza della sua attuazione,
B. facilità di applicazione,
C. molteplicità dei suoi effetti diretti, nel senso che può agire sia in favore dei consumi delle famiglie, che per stimolare gli investimenti,
D. frazionamento del rischio d’insuccesso, in quanto gli operatori economici reagiranno alle misure prese in modo diverso, garantendo che almeno una quota importante dei comportamenti derivanti abbia reali vantaggi ai fini della ripresa.

Per contro, la manovra fiscale presenta non pochi limiti:

1. risente troppo di una visione liberista dell’economia, in contrasto con il carattere interventistico della stessa manovra anticiclica di cui fa parte.
2. avvantaggia solo alcuni gruppi sociali, e in particolare chi ha un reddito tassabile importante;
3. non garantisce che i vantaggi fiscali si traducano in iniziative a vantaggio dell’intero paese;
4. gli effetti sperati, quando ci sono, dimostrano una certa lentezza misurabile in vari mesi, se non addirittura anni;
5. per i governi è una specie di rinuncia a intervenire con una propria strategia.

Gli incentivi al consumo sono facili da mettere in atto e quasi tutti i governi li hanno inseriti nei rispettivi piani d’intervento.

I vantaggi di tale strumento sono numerosi. Vediamone alcuni:

A. possono essere messi in atto in tempi brevissimi. In Australia, che è stata la nazione più generosa in questo senso, tra l’annuncio, l’approvazione e l’erogazione dei bonus di spesa alle famiglie sono intercorse solo alcune settimane;
B. il loro affetto è altrettanto immediato: da poche settimane a qualche mese.
C. suppliscono alla mancanza o insufficienza di ammortizzatori sociali consolidati e generalizzati;
D. piacciono molto sia ai cittadini, sia ai sindacati (vantaggio non trascurabile, in particolare per quei governi che si avvicinano a scadenze elettorali).

Per contro presentano non pochi inconvenienti:

1. in primo luogo solo i paesi con un deficit (commerciale e/o di bilancio) contenuto possono permettersi di spendere a piene mani delle risorse che dovranno essere prodotte negli anni a venire proprio grazie ai buoni risultati degli stessi incentivi. Per i governi e i paesi che sono stati cicale negli anni passati, questo tipo d’intervento è praticamente precluso, se non fortemente limitato;
2. il loro effetto può essere limitato nel tempo e comunque altamente variabile in funzione delle altre co-condizioni del mercato.
3. Assecondo della formula pratica messa in atto, possono essere discriminatori, a addirittura iniqui. Ad esempio, per quanto allettante possa essere l’incentivo a “rottamare” un’auto, non avrà alcun impatto immediato nei confronti di chi ha appena perso il lavoro. Agli occhi di questi cittadini, una misura del genere appare piuttosto una beffa, perché a prima vista avvantaggia soltanto chi il lavoro l’ha ancora e non teme di perderlo.

Le opere pubbliche costituiscono lo strumento classico di politica anticiclica.

I vantaggi sono prevalentemente due:

A. la manovra agisce su uno dei settori portanti di tutte le economie, l’edilizia, che ha rapporti d’input/output con tutti gli altri comparti;
B. In secondo luogo, a differenza degli incentivi al consumo, la spesa in questa direzione costituisce un investimento e non impoverisce le generazioni più giovani che poi dovranno sopportarne l’onere. In quest’ottica, anche uno stato con un debito elevato può impegnarsi in un forte programma d’investimenti; infatti, il conseguente indebitamento aggiuntivo, pur appesantendo ulteriormente il rapporto debito/PIL, è compensato da un quasi analogo incremento dell’ipotetico conto patrimoniale del paese (un indice di misura che dovrebbe integrare quello del PIL, senza mancare di rispetto per Kuznets).

Non sono assenti gli aspetti negativi.

1. Al primo punto va ricordata la lentezza dell’avviamento di questi programmi. Le grandi opere non s’improvvisano e, per quanto spesso la loro individuazione sia relativamente semplice (basta scorrere l’elenco delle promesse non mantenute dai vari governi), la preparazione dei progetti esecutivi può richiedere mesi e mesi, se non anni.
2. Incombe sempre il rischio di fare grandi cattedrali nel deserto, ipotesi che ne annullerebbe il valore patrimoniale, senza perciò cancellarne il debito.
3. Può alimentare localismi (a favore o contro), cosa che non aiuta soprattutto in un periodo di crisi.
4. Per le loro stesse caratteristiche, le opere in oggetto devono essere di grande utilità. Ciò significa che la loro realizzazione è soltanto una questione di tempo e di risorse disponibili. Anticipandone la realizzazione, si privano i governi futuri di un importante strumento d’intervento nell’ipotesi di nuove (e inevitabili) crisi.

L’innovazione è l’aspetto più originale della panoplia di misure messe in atto. Essa si fonda sulla visione ciclica delle crisi, sulla loro ineluttabilità e sul loro ruolo di pulizia del vecchio ordine economico per la nascita di uno nuovo. Gli stati che stanno ricorrendo a questo tipo d’intervento sono pochi, ma fra essi figurano in primo luogo gli USA che d’innovazione sono vissuti e prosperati negli ultimi venticinque anni.

Sia che si tratti di ecologia, di genomica o di nanotecnologie, l’innovazione richiede un humus di ricerca, ma soprattutto una flessibilità e predisposizione al cambiamento che pochi paesi possiedono. Si tratta, infatti, di proporsi subito come leader nel campo prescelto e come esportatori netti di conoscenza e tecnologia nella fase di ripresa successiva.

Per molti stati questa scelta sarebbe solo velleitaria.

L’esperienza insegna
La lezione della crisi de ‘29 ha fatto scuola e, per nostra fortuna, questa nuova grandi crisi può essere affrontata in maniera decisa e tempestiva su scala planetaria, indipendentemente dall’assenza o dall’insipienza di taluni stati e governi.
C’è, però, un’altra lezione che non è stata recepita. L’insegnamento ci viene dalla storia egiziana e dalla crisi economica più antica che si conosca: le manovre anticicliche vanno preparate durante la fase del boom. E’ allora che bisognerebbe fare gli accantonamenti opportuni, perché le crisi cicliche non sono soltanto inevitabili e ineludibili; in una visione di lungo periodo sono positive e necessarie.

Che fare?
Non c’è dubbio che la condizione debitoria italiana limiti molto le possibilità d’intervento. D’altra parte, in mancanza di una strategia coordinata fra i principali paesi, tutti gli attori economici si sentono in diritto di richiedere al governo misure atte a non svantaggiarli nei confronti della concorrenza estera. Ciononostante, alcune misure sono obbligate; altre sono improcrastinabili; altre, ancora, semplicemente preferibili.

Sul piano fiscale, poche misure, promesse in tempi non sospetti e fortemente sbandierate, mi sembrano prioritarie:

  • una fiscalità equa, basata non su teorici (e spesso arbitrari) indici di redditività, bensì sul reddito reale dei soggetti. In altri termini occorre accantonare il dogma burocratico degli indici di settore e ritornare ai bilanci veri delle imprese: gli utili di un’azienda non possono essere misurati statisticamente con la redditività media del settore di appartenenza. In base alle curve di Gauss, normalmente, l’80% degli utili di un comparto è concentrato nel 20% delle aziende del settore stesso; il rimanente 80%, quando non è in perdita o in condizione di precario equilibrio, deve spartirsi il 20% marginale. Che l’Agenzia delle entrate si concentri su quel 20% d’imprese che raccoglie i quattro quinti della redditività del paese!
  • attuazione reale, quantomeno per le imprese medio – piccole, del pagamento dell’Iva per cassa e non per competenza;
  • abolizione del calcolo dell’Irap (o comunque la si voglia chiamare) a bilancio chiuso, come detrazione di utili che a volte non ci sono; le imposte regionali e simili vanno calcolate come aliquote addizionali sul reddito effettivo;
  • non avere paura di fare pagare anche molto alle imprese che, crisi o non crisi, hanno un reddito positivo, spesso perché avvantaggiate da situazioni di monopolio o dalla stessa crisi: non dimentichiamo la legge di Walras secondo cui “in regime di concorrenza, gli utili delle imprese tendono a zero”, per cui “solo in regime di monopolio le imprese possono realizzare profitti”.

Incentivi al consumo. Più che d’incentivi, la situazione italiana richiede una sia pur tardiva estensione degli ammortizzatori sociali a tutte le categorie di lavoratori, ivi inclusi i precari, gli pseudo – imprenditori di se stessi e i piccolissimi operatori.
Le soluzioni non possono essere affidate a una tantum o a elemosine di stato, ma devono affrontare strutturalmente il problema, senza dimenticare, nel bene e nel male, il problema dei pensionati.

Opere pubbliche. L’anticipo della messa in cantiere delle opere pubbliche di cui è disponibile la progettazione definitiva e il completamento di tutte quelle opere sospese in passato per mancanza di risorse dovrebbe costituire la priorità. Per le opere discutibili o discusse (le possibili cattedrali nel deserto) è meglio attendere tempi migliori.

Innovazione. In questa materia bisogna essere franchi e sfatare subito alcuni luoghi comuni.

  • In primo luogo, in questa materia gli slogan non funzionano. Negli Usa l’amministrazione Obama può mettere l’innovazione in materia ecologica tra gli strumenti anticrisi, perché il suo paese ha una lunga storia di crescita basata sullo sviluppo di un settore nuovo. Basti pensare all’informatica che, con imprese come Ibm, Microsoft o Cisco (per non citarne che alcune), nell’ultimo quarto di secolo, ha rappresentato il vero motore dell’economia statunitense. Con gli investimenti programmati sul fronte della ricerca ecologica, la nuova amministrazione Usa vuole fare nascere delle nuove Microsoft, o Sun o Cisco dell’energia verde. Se vuole, l’Italia deve puntare su un altro cavallo, ma dopo avere fatto un accurato censimento dei suoi punti di forza effettivi.
  • In secondo luogo, innovazione (sopratutto quella che diventa subito prodotto) non fa necessariamente rima con università.

Il guaio è che il sistema economico italiano è svantaggiato, soprattutto rispetto a quello anglosassone, perché è del tutto assente il fenomeno del capitalismo di rischio (venture capitals), con il suo naturale sbocco che è la Borsa: a Londra, ad esempio, ogni mese sono quotate circa 20 nuove aziende, un gran numero delle quali ha meno di 10 dipendenti.

Il capitale delle nuove imprese italiane (ma anche di moltissime di quelle meno nuove) generalmente è insufficiente se non del tutto inesisente. Per di più, il finanziamento bancario -che comunque non può e non deve sostituirsi al capitale proprio di rischio- è condizionato da garanzie reali di tipo “usuraio” e oggi è reso più difficoltoso, oltre che dalla crisi, dagli accordi di Basilea II.

Senza un capitalismo di rischio, la maggior parte dei potenziali creatori di nuove imprese innovanti rimarrà solo una ricchezza potenziale, brillante, ma non utilizzata.

Fondi di “investimento a rischio”.  Tra le misure anticrisi, il governo dovrebbe prevedere l’istituzione di “fondi d’investimento a rischio” per promuovere la creazione d’imprese innovative e in particolare:

* varare una legge che ne circoscriva l’esatto ambito operativo, al fine di evitare abusi e speculazioni (la breve storia del capitalismo di rischio italiano è caratterizzata prevalentemente da iniziative speculative, come quelle che stavano dietro molte imprese quotate presso il defunto “Nuovo Mercato”, durante la cosiddetta bolla di internet, spesso a capitale bancario italiano anche se regolarmente domiciliate in qualche paradiso fiscale);
* concedere un favorevole regime fiscale per quanto concerne gli investimenti effettuati nel Paese;
* condizionare gli interventi di salvataggio a favore del sistema bancario alla destinazione di un’aliquota dell’intervento stesso alla creazione, promozione o partecipazione in fondi di investimento a rischio.

29 Gennaio, 09

L’incendio e le spese condominiali

La casa brucia, ma il governo italiano si preoccupa soltanto di definire come ripartire le spese condominiali.

14 Gennaio, 09

Sussulti d’italianità

La telenovela Alitalia apparentemente è archiviata. Possono esserne soddisfatti quanti, sussultando d’italianità, ne avevano preteso una soluzione formalmente nazionale. Come se fossimo ancora negli anni cinquanta o sessanta, quando la decolonizzazione dei paesi africani cominciava proprio dal disegno d’una bandiera e dal varo d’una linea aerea. Solo che l’Italia non ha alcun passato di colonia da riscattare, geograficamente non si trova in Africa, né siamo più negli anni sessanta.
Il  primo sussulto di italianità che ci saremmo aspettarci da questi stessi fautori del tricolore aereo avrebbe dovuto essere, invece, per lo stesso italiano, lingua bistrattata e ignorata, in fase avanzata di colonizzazione da parte dell’inglese ormai imperante in ogni ambiente e livello: senza eccezione per la terminologia usata  per descrivere i termini del problema Alitalia, da ‘hub’ a ‘handling’,  a ’slot’.

Si dà il caso, che nessuno di questi signori tanto sussultanti di italianità, abbia mai pensato che invece di ‘hub’ si sarebbe potuto dire ‘raggiera’ (come dice il significato letterale della voce inglese), oppure “aeroporto o piattaforma di scambio o di interconnessione”.  Che forse si temeva che, facendo capire anche agli italiani di che cosa si stesse parlando, si sarebbero persi consensi e voti?
Né hanno mai pensato – questi stessi signori così ansiosi di italianità, ma che non riescono a pensare nulla di innovativo se non in inglese- che invece di ‘handling’ si può più chiaramente dire ‘movimentazione’, termine che avrebbero capito anche coloro che vivono bene parlando italiano. Lo stesso vale per ’slot’, che letteralmente sta per ‘pista’, nel senso di ‘tempo di pista’ e  in aeronautichese indica i collegamenti effettuabili durante tali tempi di pista.

Molto probabilmente, però, il  vantato sussulto di italianità nascondeva ben altri obiettivi che non possono non sfuggire a chi osserva la vicenda con distacco e serenità.

Per risolvere l’annoso problema Alitalia, il governo precedente aveva avviato una procedura di gara internazionale. Ora, proprio nella fase conclusiva di tale gara, malauguratamente coincisa con una competizione elettorale, si sono verificati alcuni fatti a dir poco inquietanti: il millantato annuncio d’una cordata di imprenditori italiani disposti a tenere alto il tricolore di timone (cordata che in effetti s’è formata molto dopo l’annuncio stesso), e l’opposizione serrata in  particolare da parte di un sindacato stranamente vicino al principale concorrente interno di Italia. Il quale imprenditore, per altro, aveva concorso, ma perdendo, per aggiudicarsi l’asta. E, solo a giochi conclusi, si è capito che più che a comprare, questo strano “salvatore” mirava a vendere, come ha poi venduto, la propria azienda, anch’essa in situazione di fallimento tecnico.

Se non ci fosse stato di mezzo il demone elettorale, probabilmente la vicenda si sarebbe conclusa con la cessione di Alitalia al duo Air France – Klm, una possibile partecipazione italiana alla nuova azienda e alcune migliaia di miliardi economia per l’erario italiano. Mentre, pr quanto concerne AirOne, la sua crisi avrebbe potuto essere risolta più limpidamente con la sua vendita a Lufthansa, a prezzi corretti di mercato e con giovamento del maggiore aeroporto lombardo.

Ciò che fa d’un aeroporto una piattaforma di scambio, infatti, non è la presenza d’una compagnia di bandiera, ma il fatto che tante compagnie scelgano quello scalo per le tratte internazionali sapendo che di là i propri passeggeri possono distribuirsi a raggiera in tutto il mercato circostante.
E’ questo sistema che, ad esempio, fa di Francoforte il più grande aeroporto di corrispondenza d’Europa. Poi ogni compagnia può anche scegliere una aeroporto a propria base operazionale, in funzione del mercato di elezione. Le due cose a volte coincidono, ma non è sempre così.

Solo ora che il disastro è compiuto, alcuni dei protagonisti di questa squallida vicenda cominciano a rendersi conto di quanto stia costando la strumentalizzazione elettoralistica che ha caratterizzato l’epilogo di questa impasticciata vicenda. Nessuno dei protagonisti però è disposto ad ammettere che nei mesi scorsi s’è consumata una colossale turbativa d’asta che, Alitalia a parte, renderà poco credibile l’intero Paese tutte le volte che ci sarà bisogno di ricorrere a tale sistema.

Dubito, tuttavia, che ci sarà mai un giudice a Roma o a Milano disposto ad aprire un fascicolo a questo titolo, aggiungendo anche l’aggravante dell’associazione per delinquere, dato che il numero dei protagonisti è superiore a tre.

9 Gennaio, 09

Settimana corta e crisi lunga

Proposta da una certa sinistra sempre protesa alla socializzazione della povertà (in questo caso dell’occupazione),  e fatta propria anche da una certa destra sconclusionata e senza idee, la settimana corta appare a molti una panacea atta ad affrontare meglio l’attuale crisi economica.

In effetti è una medicina letale i cui effetti non possono che aggravare e prolungare nel tempo i costi della riduzione dei posti di lavoro. E per due ragioni: in primo luogo perché denuncia una specie di fatale accettazione del fatto che la congiuntura attuale debba protrarsi per molto tempo; in secondo luogo perché offre l’alibi di avere fatto comunque qualcosa. Un po’ come quando i medici dei secoli scorsi prescrivevano salassi anche per curare l’anoressia.

Il problema è del tutto inverso. Non è accorciando la settimana lavorativa, e distribuendo equamente la disoccupazione tra tutti i lavoratori, che l’economia può trovare quello slancio capace di farne ripartire la macchina. Anzi! È la medicina opposta, invece, che può agire da starter.

Poiché la domanda non si ferma mai del tutto, ma si riduce a causa del contemporaneo calo del potere di acquisto e di spesa degli acquirenti, quello che si dovrebbe fare invece è di fare in modo che il prezzo dei beni offerti si riduca di pari passo. Questo è l’obiettivo delle politiche deflattive di prezzo adottate per convinzione (o disperazione) da quasi tutte le imprese in crisi, e dalle manovre governative e delle banche centrali sul costo del denaro. Ma entrambe queste misure incidono solo su due dei  fattori della produzione: il denaro e il capitale aziendale. Manca una qualsiasi manovra sull’altro importantissimo fattore produttivo che è appunto il lavoro.

Una manovra sull’offerta di lavoro, conferendo alla centrali sindacali un ruolo simile a che le banche centrali esercitano sull’offerta di mezzi di pagamento, completerebbe il quadro degli interventi e darebbe certamente maggiore forza anche ai due strumenti più tradizionali. Tale manovra dovrebbe consistere proprio di una maggiore offerta di ore lavoro a parità di retribuzione, allungando la settimana lavorativa dalle attuali 35 ore scarse fino alle quaranta.

L’effetto sarebbe quello di un minor costo del lavoro di un buon 14-15%, con una conseguente maggiore competitività dei prodotti fini del 4-5% circa. Sul mercato internazionale, una tale maggiore competitività potrebbe essere determinante per l’acquisizione di commesse e ordinativi in misura tale da avviare una inversione di tendenza o, quantomeno, da pare i colpi di un possibile aggravamento della situazione.

Salvo poi ritornare agli standard lavorativi di prima, con la stressa flessibilità con cui le banche centrali passano da periodi di bassi saggi sconto a periodi di alti saggi, asseconda delle contingenze e delle priorità.

21 Dicembre, 08

Primato morale

I freschissimi scandali che hanno sconvolto il PD (senza, per questo, assolvere i corrotti cronici dell’altra parte) hanno fatto crollare il mito della superiorità morale della sinistra, orgogliosamente rivendicata da Berlinguer per il PC e, da allora, acquisita come scontata da gran parte dell’opinione pubblica e da quel partito.
Confesso che faccio fatica a credere fideisticamente in un tale assioma, anche se in termini storici può non apparire infondato. La realtà, tuttavia, è abbastanza diversa. Tale superiorità, storicamente incontrovertibile, era prevalentemente dovuta alla lunga marcia di quel partito attraverso il deserto dell’opposizione. Quanto meno a livello nazionale.
La lunga, lunghissima e apparentemente interminabile astinenza da potere ne aveva selezionato la classe dirigente centrale, abituandola ad una severa selezione anche delle dirigenze locali in termini di rigore morale.
Non è un caso, del resto, se durante tutta la cosiddetta “prima repubblica”, oltre alla sinistra, gli scandali non abbiano mai sfiorato neppure l’estrema destra.
In effetti la superiorità morale non riguarda la sinistra in quanto tale, ma l’oggettiva condizione di opposizione duratura. E per due ragioni: da un lato perché è sempre l’occasione che fa l’uomo ladro e la lontananza dalla stanza dei bottoni elimina l’humus che alimenta la mal politica; dall’altro perché tutti coloro che scelgono questo o quel partito solo in funzione dei vantaggi materiali (non raramente anche illegali) che tali militanze possono procurare, per definizione scelgono sempre e soltanto le compagini al potere.
Se ne potrebbe concludere che un movimento politico di persone per bene non dovrebbe mai avere una vocazione maggioritaria e di governo. Il che sarebbe come rassegnarsi, senza neppure lottare, a consegnare il potere alla parte più corrotta  della società.
Una buona politica deve sapere correre il rischio di sporcarsi. Ma soprattutto deve lavorare per cambiare la cultura etica del Paese. Che da anni soffre d’una incontenibile  e epidemica crisi di moralità.

4 Dicembre, 08

Sempre primi della classe

Finalmente la BCE ha ridotto il tasso di sconto di 0,75 punti, portandolo al 2,50%.

Contemporaneamente in Gran Bretagna è stato abbassato al 2%, mentre ferve il dibattito se non vada portato a zero.

Capisco le preoccupazioni di Trichet e del club dei tedeschi, ma a furia di volere essere sempre i primi della classe, non si rischia di restarne gli ultimi?

20 Ottobre, 08

Olimpionici con le stellette

Il caso della campionessa olimpionica che ha deciso di congedarsi dall’arma dei carabinieri perché la sua partecipazione ad una trasmissione televisiva non era stata ritenuta “compatibile” dai suoi superiori merita una riflessione. Ma non sull’opportunità che un carabiniere possa partecipare o meno  a spettacoli televisivi ed esprimervi le proprie opinioni (cosa che mi sembra scontata), ma sul fenomeno tutto italiano dell’appartenenza degli atleti italiani alle varie armi dell’esercito e della polizia.
Praticamente tutti gli olimpionici e tutti coloro che ne hanno le potenzialità, come nella vecchia Unione Sovietica, sono in forze o presso i carabinieri, o la Guardia di finanza, o la Polizia di stato.
Perché? E’ solo nell’esercito che maturano i nostri campioni?
La risposta è molto più materiale.
Anche chi si dedica alle discipline più impegnative dello sport agonistico ha diritto a campare. Non si vive di sole medaglie ed uno stipendio è necessario anche per loro.
Ecco allora che, in cambio di qualche briciolo d’immagine, si fanno avanti  le varie armi per arruolare gli elementi più promettenti nei propri organici.
In tutto questo, a mio avviso, c’è una distrazione di fondi pubblici per attività diverse dalle finalità di queste armi.
Non sarebbe più semplice e trasparente che lo stipendio a queste persone (certamente meritevoli) lo erogasse l’ente preposto allo sport, e cioè lo stesso CONI?