È dalla fine del 1998 che il prezzo del petrolio continua a salire, passando dai circa 15 dollari di allora agli attuali 110 a barile: ossia oltre il 720%. L’ascesa sembra inarrestabile, né si vede quale elemento nuovo possa arrestarne o invertirne la tendenza.
Nello stesso periodo la produzione è cresciuta del 14,5%, con uno squilibrio, rispetto alla domanda, compreso tra lo 0,2 e lo 0,9%, per altro manifestatosi solo a partire dal 2006: un’oscillazione marginale che spiega solo in minima parte la citata dinamica dei prezzi e che neppure la tesi della speculazione internazionale chiarisce del tutto.
Due fattori hanno fatto da scenario a tale evoluzione del mercato: la guerra dell’Iraq con le sue deluse speranze (dal punto di vista occidentale, s’intende) e l’ascesa al potere di Chavez in Venezuela, avvenuta proprio nel 1998. Qualcuno potrebbe aggiungere che c’è stato anche l’11 settembre del 2002, ma francamente il crollo delle Torri gemelle mi sembra piuttosto ininfluente. Sul fronte americano, piuttosto, il vero crollo influente ai fini del prezzo del petrolio è stato (e continua ad essere) quello del dollaro, sapientemente avviato da Alan Greenspan allo scopo di ridurre l’insostenibile deficit commerciale Usa, semplicemente riducendone il valore.
E’ proprio l’incessante deprezzamento della valuta verde (praticamente dimezzato in raffronto all’euro) che giustifica, agli occhi dei signori del petrolio, il recupero da costoro operato mediante la manovra sui prezzi.
Ed è da qui che bisogna cominciare se si vuole comprendere cosa sta realmente accadendo.
Lo scenario, dunque, può essere così riassunto:
1. Da un lato abbiamo gli Usa, che avendo vissuto nell’ultimo mezzo secolo al disopra delle loro reali possibilità grazie al continuo indebitamento commerciale, ora vorrebbero azzerare i debiti accumulati con un semplice colpo di spugna: appunto deprezzando il dollaro.
2. D’altro conto abbiamo i produttori di petrolio che, avendo stipulato i contratti in dollari, non ci stanno e cercano di recuperare sulla svalutazione del dollaro incrementando i prezzi del greggio;
all’interno del gruppo dei paesi petroliferi, per altro, c’e una compagine più ristretta compatta di nuovi attori che reclama una quota sempre più consistente del benessere creato ed alimentato e non sente ragione per quanto concerne le conseguenze che tale atteggiamento potrà avere sullo stato di salute dell’economia mondiale.
3. Infine ci sono i paesi emergenti dell’economia globalizzata, Cina e India in testa, la cui crescente domanda di petrolio ha fatto saltare il già precario equilibrio tra domanda ed estrazione, creando quel gap marginale a segno meno che, in un mercato volatile come quello delle materie energetiche, fa volare alle stelle le quotazioni delle quantità marginali non protette da contratti pluriennali. Le compagnie petrolifere hanno solo colto senza ritegno tale evenienza per estorcere quanto più denaro possibile dalle tasche degli utilizzatori.
La reazione dell’Occidente è stata piuttosto scomposta e casuale. Da una parte gli USA hanno continuato imperterriti nella politica di deprezzamento del dollaro, sperando che il contestuale vantaggio competitivo delle proprie merci potesse compensare il maggiore onere per la fattura petrolifera. Né si sono preoccupati più di tanti di evitare inutili inasprimenti dei rapporti con i nuovi protagonisti della scena petrolifera, a cominciare da Chavez, per fare comprendere i rischi reali per i loro stessi paesi d’una possibile recessione globale.
L’Europa ha continuato a crogiolarsi nel sogno di un euro forte in un’economia stagnante. Alcuni singoli paesi si sono posti più seriamente il problema della diversificazione delle fonti energetiche: alcuni rispolverando (con imperdonabile ritardo) l’opzione nucleare; altri riconsiderando più seriamente le fonti energetiche rinnovabili, ma per concludere che alcune (come quelle di origine agricola) nel breve periodo possono porre più problemi di quanti ne risolvano. Nessuno ha avuto il coraggio di dire ai propri cittadini l’amara verità: che dobbiamo attenderci anni di vacche magre; che i consumi dovranno essere fortemente riqualificati (leggi: quantitativamente ridotti); che, per conservare alla meglio gli attuali tenori di vita, dovremo incrementare considerevolmente le nostre esportazioni e la produzione globale (leggi: maggiore produttività industriale e più alto numero di ore lavorate).
Almeno che nel frattempo non intervenga un qualche imprevisto strategico, capace di flettere il corso delle mercuriali petrolifere.
Nel 1997 fu la crisi delle cosiddette ‘tigri del sud est asiatico’ che risolse un’analoga situazione, anche se allora a preoccupare erano in particolare le crescenti quotazioni dei metalli.
Non credo, però, che occorra riporre le speranze di soluzioni dell’attuale crisi in qualche altra non ancora calcolata crisi. L’imprevisto strategico potrebbe (anzi, dovrebbe) essere provocato da un’apposita conferenza internazionale tra i principali paesi produttori e consumatori di petrolio che non affronti a tutto campo le problematiche in atto: insomma, una nuova Bretton Woods sulle monete e le risorse energetiche (senza trascurare la furbata di rimandare alle prossime generazioni il costo di eventuali aspetti ambientali colpevolmente accantonati).
Sarebbe tempo, anzi, che si cominciasse a rivedere il principio della territorialità per quanto concerne il diritto allo sfruttamento di talune risorse il cui uso è fondamentale per l’intera specie.
Sia che si tratti di petrolio o di risorse ittiche, il semplice principio della territorialità non risponde più alle esigenze di una comunità umana globalizzata, come appunto la cronaca quotidiana sul costo del greggio dimostra.
Tutte le legislazioni nazionali prevedono limitazioni importanti al diritto di proprietà per quanto concerne le risorse presenti del sottosuolo: perché lo stesso concetto non dovrebbe valere anche a livello internazionale, limitando i diritti dei singoli stati a favore di un qualche organismo internazionale?