9 Gennaio, 09...4:49 pm

Settimana corta e crisi lunga

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Proposta da una certa sinistra sempre protesa alla socializzazione della povertà (in questo caso dell’occupazione),  e fatta propria anche da una certa destra sconclusionata e senza idee, la settimana corta appare a molti una panacea atta ad affrontare meglio l’attuale crisi economica.

In effetti è una medicina letale i cui effetti non possono che aggravare e prolungare nel tempo i costi della riduzione dei posti di lavoro. E per due ragioni: in primo luogo perché denuncia una specie di fatale accettazione del fatto che la congiuntura attuale debba protrarsi per molto tempo; in secondo luogo perché offre l’alibi di avere fatto comunque qualcosa. Un po’ come quando i medici dei secoli scorsi prescrivevano salassi anche per curare l’anoressia.

Il problema è del tutto inverso. Non è accorciando la settimana lavorativa, e distribuendo equamente la disoccupazione tra tutti i lavoratori, che l’economia può trovare quello slancio capace di farne ripartire la macchina. Anzi! È la medicina opposta, invece, che può agire da starter.

Poiché la domanda non si ferma mai del tutto, ma si riduce a causa del contemporaneo calo del potere di acquisto e di spesa degli acquirenti, quello che si dovrebbe fare invece è di fare in modo che il prezzo dei beni offerti si riduca di pari passo. Questo è l’obiettivo delle politiche deflattive di prezzo adottate per convinzione (o disperazione) da quasi tutte le imprese in crisi, e dalle manovre governative e delle banche centrali sul costo del denaro. Ma entrambe queste misure incidono solo su due dei  fattori della produzione: il denaro e il capitale aziendale. Manca una qualsiasi manovra sull’altro importantissimo fattore produttivo che è appunto il lavoro.

Una manovra sull’offerta di lavoro, conferendo alla centrali sindacali un ruolo simile a che le banche centrali esercitano sull’offerta di mezzi di pagamento, completerebbe il quadro degli interventi e darebbe certamente maggiore forza anche ai due strumenti più tradizionali. Tale manovra dovrebbe consistere proprio di una maggiore offerta di ore lavoro a parità di retribuzione, allungando la settimana lavorativa dalle attuali 35 ore scarse fino alle quaranta.

L’effetto sarebbe quello di un minor costo del lavoro di un buon 14-15%, con una conseguente maggiore competitività dei prodotti fini del 4-5% circa. Sul mercato internazionale, una tale maggiore competitività potrebbe essere determinante per l’acquisizione di commesse e ordinativi in misura tale da avviare una inversione di tendenza o, quantomeno, da pare i colpi di un possibile aggravamento della situazione.

Salvo poi ritornare agli standard lavorativi di prima, con la stressa flessibilità con cui le banche centrali passano da periodi di bassi saggi sconto a periodi di alti saggi, asseconda delle contingenze e delle priorità.

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