La telenovela Alitalia apparentemente è archiviata. Possono esserne soddisfatti quanti, sussultando d’italianità, ne avevano preteso una soluzione formalmente nazionale. Come se fossimo ancora negli anni cinquanta o sessanta, quando la decolonizzazione dei paesi africani cominciava proprio dal disegno d’una bandiera e dal varo d’una linea aerea. Solo che l’Italia non ha alcun passato di colonia da riscattare, geograficamente non si trova in Africa, né siamo più negli anni sessanta.
Il primo sussulto di italianità che ci saremmo aspettarci da questi stessi fautori del tricolore aereo avrebbe dovuto essere, invece, per lo stesso italiano, lingua bistrattata e ignorata, in fase avanzata di colonizzazione da parte dell’inglese ormai imperante in ogni ambiente e livello: senza eccezione per la terminologia usata per descrivere i termini del problema Alitalia, da ‘hub’ a ‘handling’, a ’slot’.
Si dà il caso, che nessuno di questi signori tanto sussultanti di italianità, abbia mai pensato che invece di ‘hub’ si sarebbe potuto dire ‘raggiera’ (come dice il significato letterale della voce inglese), oppure “aeroporto o piattaforma di scambio o di interconnessione”. Che forse si temeva che, facendo capire anche agli italiani di che cosa si stesse parlando, si sarebbero persi consensi e voti?
Né hanno mai pensato – questi stessi signori così ansiosi di italianità, ma che non riescono a pensare nulla di innovativo se non in inglese- che invece di ‘handling’ si può più chiaramente dire ‘movimentazione’, termine che avrebbero capito anche coloro che vivono bene parlando italiano. Lo stesso vale per ’slot’, che letteralmente sta per ‘pista’, nel senso di ‘tempo di pista’ e in aeronautichese indica i collegamenti effettuabili durante tali tempi di pista.
Molto probabilmente, però, il vantato sussulto di italianità nascondeva ben altri obiettivi che non possono non sfuggire a chi osserva la vicenda con distacco e serenità.
Per risolvere l’annoso problema Alitalia, il governo precedente aveva avviato una procedura di gara internazionale. Ora, proprio nella fase conclusiva di tale gara, malauguratamente coincisa con una competizione elettorale, si sono verificati alcuni fatti a dir poco inquietanti: il millantato annuncio d’una cordata di imprenditori italiani disposti a tenere alto il tricolore di timone (cordata che in effetti s’è formata molto dopo l’annuncio stesso), e l’opposizione serrata in particolare da parte di un sindacato stranamente vicino al principale concorrente interno di Italia. Il quale imprenditore, per altro, aveva concorso, ma perdendo, per aggiudicarsi l’asta. E, solo a giochi conclusi, si è capito che più che a comprare, questo strano “salvatore” mirava a vendere, come ha poi venduto, la propria azienda, anch’essa in situazione di fallimento tecnico.
Se non ci fosse stato di mezzo il demone elettorale, probabilmente la vicenda si sarebbe conclusa con la cessione di Alitalia al duo Air France – Klm, una possibile partecipazione italiana alla nuova azienda e alcune migliaia di miliardi economia per l’erario italiano. Mentre, pr quanto concerne AirOne, la sua crisi avrebbe potuto essere risolta più limpidamente con la sua vendita a Lufthansa, a prezzi corretti di mercato e con giovamento del maggiore aeroporto lombardo.
Ciò che fa d’un aeroporto una piattaforma di scambio, infatti, non è la presenza d’una compagnia di bandiera, ma il fatto che tante compagnie scelgano quello scalo per le tratte internazionali sapendo che di là i propri passeggeri possono distribuirsi a raggiera in tutto il mercato circostante.
E’ questo sistema che, ad esempio, fa di Francoforte il più grande aeroporto di corrispondenza d’Europa. Poi ogni compagnia può anche scegliere una aeroporto a propria base operazionale, in funzione del mercato di elezione. Le due cose a volte coincidono, ma non è sempre così.
Solo ora che il disastro è compiuto, alcuni dei protagonisti di questa squallida vicenda cominciano a rendersi conto di quanto stia costando la strumentalizzazione elettoralistica che ha caratterizzato l’epilogo di questa impasticciata vicenda. Nessuno dei protagonisti però è disposto ad ammettere che nei mesi scorsi s’è consumata una colossale turbativa d’asta che, Alitalia a parte, renderà poco credibile l’intero Paese tutte le volte che ci sarà bisogno di ricorrere a tale sistema.
Dubito, tuttavia, che ci sarà mai un giudice a Roma o a Milano disposto ad aprire un fascicolo a questo titolo, aggiungendo anche l’aggravante dell’associazione per delinquere, dato che il numero dei protagonisti è superiore a tre.