La doppia verità di Merope

Gli ultimi scandali del Premier Gaglioffo (si fa per dire, visto che molta gente devota e di chiesa ha disimparato a scandalizzarsi), hanno fatto affiorare alla mia memoria un vecchio ricordo di liceo: Rodopi, la bellissima Rodopi dalle “guance rosa”, chiamata anche Dorica, e la doppia verità sulla sua esistenza.

Nella tradizione più antica, Rodopi fu una famosa meretrice della Tracia, la quale accumulò tante ricchezze da potersi costruire una delle piramidi egiziane. Piramide che non doveva essere tanto piccola, se per secoli i greci le hanno attribuito quella di Micerino. Per altro pare che anche il fratello di Saffo, Carasso (il quale commerciava in vini con l’Egitto) l’avesse intensamente frequentata, e addirittura avesse cercato di riscattarla, procurando non poche preoccupazioni alla poetessa di Lesbo.
In effetti esistono alcuni frammenti dell’opera di Saffo che riconducono a questa storia (frammenti 5, 7 e 15). In particolare il più completo dei tre, il n. 5, contiene un’invocazione ad Afrodite e alle Nereidi perché propizino il rientro del fratello, libero dagli antichi errori.
La storia della piramide, tuttavia, è considerata infondata Erodoto, il quale la giustifica col fatto che in effetti, la bella Rodopi era riuscita a farsi sposare dal faraone Amasis (570-526 a.C.), acquisendo così il diritto ad essere sepolta nella piramide di Cheope.

L’aspetto buffo della storia, tuttavia, non è tanto la ricchezza accumulata da questa etera, e la sua scalata nella società egiziana.

Secondo una versione “ufficiale” (e successiva), ripresa da Claudo Eliano (165/170-235)), Merope (o Meropi), non era affatto una prostituta, ma una povera ragazza, bellissima e pudica, schiava d’un certo Iadmone di Samo, padrone anche del famoso favolista Esopo.

Sebbene gentile con lei, il padrone di casa, che passava molto del suo tempo a dormire, era completamente ignaro dei maltrattamenti che la ragazza era costretta a subire dalle altre schiave. Queste si prendevano gioco del suo status di straniera e della sua carnagione chiara, sottoponendola, a continue vessazioni e dispetti.

Avendola sorpresa a danzare da sola con grande scioltezza e grazia, un giorno il padrone le fece dono di un paio di pantofole di oro rosso. Questo gesto, tuttavia, non fece che inasprire ancor più il comportamento delle altre schiave nei confronti di Merope.

Accadeva, intanto, che un bel giorno il faraone Amasis invitò tutto il popolo d’Egitto ad un’imponente celebrazione da lui offerta nella città di Menphi. Le altre schiave ostacolano la partecipazione di Rodopi, ingiungendole di portare a termine una lunga lista di ingrati lavori domestici. Tuttavia, mentre Rodopi era al fiume a fare il bucato con le sue pantofole esposte ad asciugare al sole, improvvisamente Horus, nelle sue sembianze di falcone, si abbatte in picchiata portandone una in volo con sé.

Volato fino a Menphi, il falcone lasciò cadere la sua preda ai piedi del faraone il quale, interpretato l’evento come un segno divino, decretò che tutte le fanciulle del regno dovessero provare la pantofola perché lui avrebbe sposato quella che fosse riuscita a calzarla.

La lunga ricerca del Faraone, rivelatasi fino a lungo vana e infruttuosa, lo condusse nella casa di Rodope. La schiava, vista arrivare l’imbarcazione reale, cercò invano di nascondersi. Non riuscì, però, a sfuggire alla vista del faraone che la invitò a provare la pantofola. Dopo aver constatato la pertinenza della pantofola al suo piedino, Merope trasse fuori l’altra e il faraone la prese con sé per sposarla.

Che in questa versione possa esserci lo zampino dell’amico e compagno di schiavitù Esopo è difficile negarlo.
Sta di fatto, che mentre la memoria dell’etera Merope si è persa nei meandri del tempo, quella della Merope-Cenerentola persiste più viva che mai anche ai nostri giorni.

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