Tassare i redditi o i patrimoni? La domanda non è solo “ideologica”.
In queste ultime settimane abbiamo assistito ad una contrapposizione tra percettori di alti redditi e titolari di grandi patrimoni.
Tale contrapposizione, probabilmente, dipende dal fatto che nel linguaggio comune, il termine “patrimonio” viene associato prevalentemente al concetto di bene immobiliare e, quest’ultimo, al fondo o feudo, non acquistato, ma parassiticamente ereditato, quindi non del tutto meritato. Si tendono, cioè, ad escludere i patrimoni mobiliari (titoli e fondi di deposito).
La circoscrizione del concetto di patrimonio al solo campo fondiario-immobiliare (che indubbiamente facilita l’accertamento la determinazione del gettito) sembra essere preferita da una particolare categoria di contribuenti: gli esercenti professioni liberali (iper-rappresentati all’interno del parlamento) ed i grandi percettori di reddito fisso come i dirigenti non imprenditori di grandi imprese, gli alti burocrati e gli alti stipendiati del sistema mediatico, informativo e dello spettacolo.
Non sembra casuale, ad esempio, che la stampa e la televisione italiana (neppure quella più di sinistra) abbia dato scarsissima eco ad iniziative come la crociata di Warren Buffet e Bill Gates e quella più recente della lettera dei maggiori manager e redditieri francesi, a cominciare dalla signora Bettencourt (la “Signora Oréal”, per intenderci), in favore d’una tassazione speciale a carico dei ceti più abbienti per affrontare l’attuale momento economico. Indubbiamente, direttori e capi redattori di giornali e telegiornali, tutti percettori di stipendi elevati, indipendentemente dalle idee politiche e partitiche professate, fanno inconsciamente parte d’un partito contrario alla tasse sui redditi alti, per cui certe notizie vengano automaticamente scartate o minimizzate.
Per tutti questi signori, il merito è un tabù che non può essere infranto; e il reddito è frutto del merito, quindi va messo al riparo da qualsiasi idea di imposizioni speciali.
L’atteggiamento di questi soggetti sarebbe certamente diverso se l’ipotesi di tassazione sui patrimoni fosse accompagnata da alcune precisazione: in primo luogo, che debba riguardare anche i patrimoni finanziari (titoli, e depositi a partire da un certo valore); in secondo luogo, esonerandone le imprese che tali patrimoni posseggono per motivi di produzione. e circoscrivendosi di fatto ai soli patrimoni dei contribuenti privati.
Una tale più circostanziata ipotesi risparmierebbe, sì, i redditi dell’anno di riferimento, ma si abbatterebbe su quelli non consumati nel corso degli anni precedenti e pertanto in vari modi patrimonializzati.
Vediamo ora il problema sotto un profilo puramente tecnico: la facilità di accertamento e la certezza di riscossione.
Sotto entrambi i profili non c’è dubbio che la scelta migliore sia la tassazione dei redditi. Da un lato, infatti, si tratta di applicarla sulle dichiarazioni acquisite dall’Agenzie delle Entrate.
Queste sono note ed è anche possibile calibrare la norma in base alle più varie esigenze di fabbisogno e/o di equità.
Anche per quanto concerne la certezza di riscossione, è del tutto lapalissiano che ad un alto reddito normalmente corrisponda un’altrettanto elevata liquidità. Diversamente non è per nulla certo che ad un importante patrimonio corrisponda un’adeguata liquidità del contribuente. Spesso, per altro, i patrimoni sono intestati (e strumentali) ad imprese, la cui liquidità dipende dall’andamento degli affari e dalla redditività delle operazioni. La loro tassazione, pertanto, sottraendo risorse liquide al processo produttivo inevitabilmente comporterebbe una indesiderata spinta recessiva.
Un’altra ipotesi semplice sia da attuare che da riscuotere è quella di aumentare l’Iva, ma sarebbe come se un’industria di pollame decidesse di abbattere i costi riducendo al quantità di mangime somministrata alle galline ovaiole: nel caso migliore la produzione delle uova ne risentirebbe nella stessa misura delle economie realizzate.
