Appunti per le prossime due o tre manovre

Non ho mai amato Cassandra. Ma neppure coloro che la schernivano al fine di esorcizzarne i lugubri presagi.

Nell’attuale congiuntura economica, tuttavia, non occorre disporre d’una Cassandra per capire che neanche la seconda manovra  sia sufficiente a placare le attese e le pretese dei mercati.

Le ragioni sono semplici.

Da un lato, gli operatori che hanno investito al ribasso sui titoli italiani potrebbero non avere ancora raggiunto gli obiettivi di lucro che solitamente si legano a queste operazioni; dall’altro, solo gli sciocchi e le persone in malafede non s’accorgono come questo governo abbia agito tardi e poco per non prestare il fianco a questo genere di attacchi.

Gli aspetti limitativi delle due precedenti e reticenti manovre sono costituite dalla loro circoscritta incidenza in termini strutturali, ma soprattutto dalla quasi totale assenza di veri elementi di rilancio economico. Inoltre, è mancato un messaggio forte sulla patrimonialità del paese.

Nella prima versione della manovra bis, per alcuni giorni è sembrato che  si volesse imboccare la strada della riduzione strutturale della spesa. Proposte come l’abolizione delle provincie e dei piccoli comuni,  per quanto prive d’una qualche parvenza di organicità, lasciavano ben presagire. Ma la fumosità delle proposte e gli interessi di piccola bottega le hanno fatto precipitosamente accantonare in attesa di tempi migliori. Questi potrebbero ripresentarsi presto alla scadenza, se e quando l’attacco dei mercati ai titoli di stato italiano dovesse alzare la posta.

Se tale ipotesi dovesse avverarsi, sarebbe bene che il governo riaffronti il problema; magari con un po’ più di razionalità e organicità.

Da 8000 comuni a 800 contee

Il problema delle provincie e dei piccoli comuni, infatti, non è quello di racimolare i (relativamente) pochi spiccioli con cui si retribuisce il piccolo esercito degli amministratori locali, molti dei quali, a dire il vero, sono mossi da passione, o al massimo da narcisismo, più che dall’ammontare degli emolumenti. Per altro, i gettoni di presenza non sono neppure il movente di quanti invece sono animati da obiettivi di lucro, come dimostrano i frequenti scandali di mazzette per appalti e licenze edilizie.

La questione dell’ammodernamento e della semplificazione della democrazia locale si pone indipendentemente dalla necessità di ridurre la spesa pubblica e va di pari passo con gli analoghi obiettivi di ammodernamento e semplificazione della macchina dello stato a tutti i suoi livelli.

Non conosco nessuno che contesti che la burocrazia italiana sia troppo numerosa, modestamente qualificata, scarsamente motivata e miseramente retribuita.

Ma torniamo alle provincie e ai piccoli comuni, perché proprio partendo da questi si potrebbe avviare un processo più generale e concretamente strutturale.

Cominciamo dalle provincie. Fin dall’attuazione della riforma regionale si dice che vanno abolite, sancendone la necessità perfino in Costituzione. Di fatto mai nessun governo ha mosso un solo dito in questo senso. E forse non solo per continuare ad alimentare i vassalli e i valvassori dell’apparato politico.

Oggettivamente la parcellizzazione del paese in 8000 e passa comuni pone problemi di raccordo e coordinamento che altrimenti potrebbero fare proliferare una miriade di consorzi e comunità, ben oltre le migliaia di entità analoghe che spartiscono (queste sì) prebende e sinecure alla casta minore.

Le provincie sopravvivono anche al dettato costituzionale soprattutto perché i comuni sono mediamente troppo piccoli. Provincie e comuni microscopici sono due lati della stessa medaglia, la cui soluzione consiste nel superamento di entrambe le istituzioni mediante la suddivisione del territorio in contee, come avviene in numerosi stati di diritto e tradizione anglosassone.

Per alcune grandi realtà territoriali l’attuale versione della carta costituzionale prevede l’istituto delle città metropolitane, senza però precisare i confini per nessuna di esse: una specie di grande contea che però non risolve il problema della razionalizzazione anche delle contigue realtà minori.

Ridurre d’un terzo il pubblico impiego

L’abolizione delle provincie e dei comuni con il loro accorpamento in 800-900 contee con un minimo di 80.000 cittadini (magari liberamente scelto mediante referendum locali dagli stessi abitanti) risponderebbe non solo ad un principio di razionalizzazione della democrazia locale, ma sarebbe un buon inizio per la riduzione della spesa pubblica. La vera economia, infatti, non consisterebbe tanto nella riduzione della non tanto piccola legione di consiglieri e assessori (in Australia i consigli di contea mediamente contano meno d’una dozzina di consiglieri), quanto nella possibilità di mettere strutturalmente a dieta il notevolmente più numeroso e affollato esercito dei dipendenti degli enti locali. Probabilmente si potrebbero ridurre gli organici complessivi di queste istituzioni, sprigionando al contempo risorse per migliorare sostanzialmente le retribuzioni di quanti rimangono.

A primo acchito,  una proposta del genere può apparire semplicemente utopica, se non da pazzo furioso. Negli ultimi decenni, tuttavia, operazioni di dimagrimento radicale sono state portate a termine, e con successo, da numerose grandi corporazioni, tra gli applausi delle borse e schizzi all’insù delle relative quotazioni. Basta solo copiarne la tecnica. Che non consiste nell’inviare un fax di licenziamento a un po’ di migliaia di persone ritenute “ridondanti”, come una certa oleografia potrebbe fare pensare. Molto più semplicemente si dovrebbe incentivare un esodo volontario di alcune categorie o figure di dipendenti mediante incentivi come cinque annualità di stipendio regolarmente corrisposte a quanti accettano di riciclarsi in altre attività e settori.

Basterebbe il solo annuncio per mandare le borse in sollucchero.

Mercati a parte, si porrebbe certamente un problema di conservazione dell’identità dei centri minori, oltre che di partecipazione democratica. Che potrebbero essere risolti attraverso una maggiore valorizzazione delle forme associative locali, a partire dalle proloco.

Se però l’esperimento dovesse dimostrarsi positivo, così  com’e è stato positivo nel caso di  numerose multinazionali, si potrebbe pensare di fare il bis con gli organici delle regioni e dell’amministrazione centrale (naturalmente senza toccare la difesa, l’istruzione e il personale sanitario).

Annunci per la stampa e fatti concreti

Il guaio delle proposte appena avanzate è che si tratta di idee la cui realizzazione richiede anni, durante i quali molti politici potrebbero essere tentati di congelare tutto, lasciando le cose esattamente come stanno oggi. L’esempio delle provincie, abolite in Costituzione ma tutt’ora coriacee e vegete, potrebbe essere invocato dagli investitori meno ottimisti come di escamotage per  gabbare i mercati.

Per essere credibile, qualsiasi proposta di lungo periodo deve essere accompagnata da misure immediate e sonanti, come una più decisa e significativa tassazione straordinaria dei redditi più alti.  Rifuggendo, però da un certo populismo che vuole invece una tale tassazione applicata ai patrimoni. La patrimoniali, infatti, non riescono a distinguere tra beni strumentali e beni di risparmio, per cui si eserciterebbero certamente in un effetto recessivo per numerose imprese già provate dalle crisi delle vendite.

Antibiotici e vitamine

Nessun medico che si rispetti prescriverebbe mai ai propri pazienti l’assunzione di antibiotici senza abbinare vitamine o altri integratori: un mancanza che i mercati non riescono a perdonare alle due manovre di risanamento fin ora approvate.

Bisogna però dire con molta franchezza e senza infingimenti che neanche la Confindustria fin’ora ha avanzato proposte di vero rilancio. Molti hanno cercato soltanto, e con molto cinismo, di cogliere l’occasione di questa crisi per togliersi qualche sassolino dalla scarpa o per trarre qualche particolare vantaggio.

Le proposte più significative sono state avanzate quasi esclusivamente da enti di ricerca, partiti e personalità aprioristicamente esclusi dalla stanza dei bottoni. Altre fanno parte della serie di promesse elettorali di questa stessa coalizione, ma mai  mantenute e troppo prematuramente archiviate.

Ne tracciamo un brevissimo elenco, prima di aggiungerne di nostre per le quali spenderemo qualche frase illustrativa in più.

  • Iva per cassa per le piccole e medie imprese;
  • detassazione del lavoro straordinario;
  • piena liberalizzazione dei mercati (compresi quelli attualmente monopolizzati dai cosiddetti enti pubblici a carattere associativo) e delle professioni;
  • abolizione dell’Irap o, quantomeno, del suo calcolo a bilancio chiuso,sotto forma di detrazione da utili che spesso non ci sono;
  • abolizione delle cosiddette “riprese fiscali” come quelle che riguardano i costi telefonici o le automobili: è assurdo che i cellulari aziendali debbano essere considerati  una forma di retribuzione occulta, anche se è noto che le aziende tollerano che i dipendenti, compresi quelli che hanno accesso solo a telefoni fissi, spesso li utilizzino anche per conversazioni personali; d’altra parte è noto come fino alla introduzione di queste limitazioni, il mercato automobilistico ha tratto grandi vantaggi dalla pratica delle auto aziendali. Questa, pur dando adito ad abusi, costa certamente meno dei periodici interventi di “rottamazione”.

Stabilizzazione dei precari

Può sembrare una provocazione da veterocomunista, ma il rilancio di numerosi settori dell’economia passa proprio dall’abolizione del precariato. Basti pensare all’edilizia e ai mercati ad essa collegati oggi fortemente penalizzati dall’emarginalizzazione di tutta una generazione di acquirenti primari.

Il discorso sui precari, tuttavia, va fatto con realismo, cercando di capire tutte le ragioni delle controparti.

I motivi per cui queste forme d’impiego vengono preferite dai datori di lavori sono due: il minore costo rispetto ai contratti di lavoro tradizionali e la loro estrema flessibilità (leggasi maggiore libertà di rescissione del rapporto in caso di necessità).

Per quanto concerne il costo, non dovrebbe essere difficile ipotizzare che per un certo periodo (finché, cioè, il Paese non esce da questa lunga recessione) le retribuzioni attuali di questi lavoratori possano essere congelate ai livelli attuali in cambio, però, della stabilizzazione del rapporto.

Né i lavoratori né le aziende avrebbero nulla da perderci. Ci guadagnerebbe solo il mercato nel sul complesso in quanto un’aumentata fiducia di questi soggetti certamente si tradurrebbe in investimenti, in particolare edilizi.

Per quanto concerne il problema della flessibilità va prima ricordato che nessun imprenditore è tanto sadico (o masochista) da provare piacere nel licenziare la gente. I lavoratori, con il loro know-how acquisito nel corso degli anni, fanno parte del patrimonio aziendale e dovere ricominciare periodicamente con nuovi soggetti è una diseconomia spesso maggiore del beneficio presunto.

Normalmente il ricorso al licenziamento da parte delle aziende dipende da fattori esterni all’azienda stessa, e in particolare dall’andamento recessivo dei suoi mercati.

Altre cause di licenziamento sono la bassa produttività, la verificata o sopravvenuta inadeguatezza di taluni dipendenti o il deterioramento dei rapporti interpersonali con il management o la proprietà. I motivi di tale deterioramento possono essere numerosi. Ce ne sono due, tuttavia, particolarmente odiosi e controversi: l’attività sindacale e il rifiuto di molte dipendenti alle avances sessuali dei propri superiori. Le aziende di regola tendono a nascondere tali due ultime motivazioni, adducendo giustificazioni meno controvertibili.

Per evitare tali abusi, il legislatore aveva opportunamente introdotto il principio della giusta causa. Negli anni, tuttavia, tutta una generazione di giudici del lavoro ed una più generale cultura del Paese, aveva interpretato questa norma in termini troppo favorevoli al lavoratore, rendendo praticamente impossibile, macchinoso e soprattutto oneroso anche il licenziamento giustificato, al punto che per alcuni imprenditori il concetto della giusta causa oggi appare come un grave ostacolo alla flessibilità degli organici che la congiuntura impone.

Nell’ultima manovra, come misura di rilancio dell’economia non è sembrato meglio che inserire, quale misura che non costa nulla all’erario, proprio l’abolizione di questo principio.

Un governo e un sindacato più responsabili avrebbero dovuto provvedere da tempo con una legge interpretativa valida per tutti i dipendenti. Questa potrebbe costituire il naturale bilanciamento alla stabilizzazione del precariato.

Imprese nascenti e settori morenti

Una costante comune a tutti i paesi industriali è che durante questi anni di crisi solo le imprese di  nuova costituzione riescano a creare nuovi posti di lavoro. Nonostante tutti gli aiuti dei vari programmi di stimolo. le imprese più vecchie, quando va bene, riescono solo a contenere la riduzione degli organici.

É dunque in questa direzione che bisogna muoversi se si vuole favorire la crescita dell’occupazione, coniugando al contempo anche gli incentivi all’innovazione. Questa, infatti, molto spesso si materializza appunto attraverso imprese costituite ad hoc.

Le misure incentivali che si possono prevedere vanno da quelle puramente fiscali (in particolare le detrazioni di imposta per i primi 3-5 esercizi) ai contributi a fondo perduto, che però in passato non hanno mai dato risultati tangibili, come si è visto nel Mezzogiorno d’Italia. Escludendo i contributi – il cui finanziamento, per altro, sarebbero molto problematico- non rimane che la via degli incentivi fiscali. Questi, però, rischierebbe di essere vani, o addirittura fonti di abusi, se non fossero collegati in qualche modo ad un altro strumento praticamente sconosciuto nel nostro Paese: l’investimento di rischio o venture capital.

Fondi di “investimento a rischio”.

Ai fini di un intervento strutturale che non esaurisca i propri effetti nell’arco di qualche esercizio, tra le misure anticrisi, il governo dovrebbe prevedere la promozione di “fondi d’investimento a rischio” mirati in particolare alla creazione d’imprese innovative. L’assenza di questo tipo di istituzioni probabilmente è la ragione principale per cui nell’Europa del Sud le imprese, soprattutto quelle più innovative, sono patologicamente sottocapitalizzate o non nascono affatto. In questi paesi l’accesso ai capitali è prerogativa di un ristretto numero di operatori (i cosiddetti salotti buoni) con un conseguente deficit di “democrazia imprenditoriale”.

Naturalmente occorre circoscrivere per via legislativa l’esatto ambito operativo di tali fondi, al fine di evitare abusi e speculazioni. La breve storia del capitalismo di rischio italiano è caratterizzata prevalentemente da iniziative speculative (spesso a capitale bancario italiano, anche se regolarmente domiciliate in qualche paradiso fiscale), come quelle che stavano dietro molte imprese quotate presso il defunto “Nuovo Mercato”.

Pensioni, opportunità di crescita

Mai come oggi i pensionati, ma soprattutto i pensionandi si trovano nell’occhio del ciclone. L’attuale sistema non è più sostenibile e una parte importante dell’economia reclama tagli a colpi d’accetta. Solo a livello politico (per motivi di bottega) e a livello sindacale (per ragioni di ruolo) c’è chi si oppone ad una rivisitazione profonda della materia.

La contrapposizione fra i due campi viene esasperata dal fatto che la materia è trattata soltanto in termini di tagli di spesa, mentre sembra dimenticata, anche per la colpevole modesta implementazione, la prospettiva delle pensioni complementari.

Una spinta più decisa in questa direzione, invece, può compensare alcuni degli svantaggi derivanti dalla politica dei tagli; inoltre può affrettare la crescita di quei motori di crescita economica che sono i fondi di pensione.

 

Un messaggio forte: vendiamo l’un per mille delle opere d’arte abbandonate all’oblio nei magazzini dei nostri musei

Una misura  frequentemente evocata da parecchi politici ed economisti è la dismissione d’una parte del patrimonio immobiliare pubblico. Purtroppo, una manovra di questo genere non può che essere rivolta agli stessi italiani, in quanto difficilmente i fondi esteri verrebbero ad investire in tali acquisizioni. Non risulta, ad esempio, che la recente “cartolarizzazione” inventata dal Ministro dell’economia abbia trovato tra i suoi acquirenti soggetti stranieri.

Ciò significa che tali vendite (o svendite) avrebbero come principale risultato quello di distrarre una quota importante dei capitali privati italiani da altri investimenti più produttivi, in un minuto in cui aziende e consumatori sono disperatamente alla ricerca di mezzi finanziari.

Un modo per coinvolgere i capitali stranieri può essere rappresentata dalla messa in vendita di una minima parte del patrimonio artistico italiano. La vendita dell’un per mille delle opere ammucchiate (e spesso lasciate deperire) nei magazzini dei musei, se non è sufficiente a drenare un significativo apporto di liquidità, certamente darebbe un messaggio forte ai mercati sull’importanza delle miniere culturali di questo paese. A differenza di tante altre materie prime, il patrimonio artistico non solo non è soggetto ad esaurirsi col suo sfruttamento, ma al contrario si rivaluta ulteriormente proprio quando viene “sfruttato”.

In un momento in cui il vero problema del Paese, più che finanziario, è di fiducia, questo messaggio (assieme agli altri sopra delineati) certamente potrebbe incidere fortemente sugli atteggiamenti degli investitori internazionali.

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