8 Maggio, 08

PD: resa dei conti o due diversi concetti di tecnica della democrazia?

Fa discutere la recente intervista di Massimo D’Alema, nelle cui parole non pochi vedono l’inizio di una specie di resa dei conti dopo i risultati delle ultime relazioni.

Premetto che non credo che tali risultati possano essere considerati fallimentari, anche se non sono mancati gli errori.

Il PD è arrivato alle elezioni senza essere ancora un partito ben definito, ma soprattutto dopo una campagna elettorale, da parte della destra, iniziata il giorno stesso in cui sono stati resi noti i risultati delle precedenti elezioni.

In questi due anni di governo Prodi c’è stata una costante campagna di disinformazione, caratterizzata dalla sistematica sottovalutazione delle realizzazioni, accompagnata da una enfatizzazione delle divergenze all’interno del governo e da un bieco terrorismo informativo su un problema popolare come quello della sicurezza (assimilato all’immigrazione e ad uno xenofibismo non del tutto inedito). Il centro-sinistra tentava di rispondere, rilanciando sul problema della sicurezza nei posti di lavoro: argomento, ovviamente, meno sentito dagli elettori, nonostante alcuni tragici episodi di cronaca.

In queste condizioni, preso alla sprovvista da una competizione elettorale (che ha drammaticamente interrotto il percorso programmatico di Prodi), e per la quale non era pronto, il PD non aveva altra scelta che tentare di recuperare consensi con un messaggio di assoluta rottura col passato. Anche perché oggettivamente questi due anni di governo avevano evidenziato la quasi impossibilità di colloquiare con gli esponenti di una certa sinistra.

A tutto ciò si aggiunga l’inadeguatezza degli strumenti di comunicazione a disposizione del PD, soprattutto a confronto del principale competitore che, oltre al controllo quasi monopolistico del mercato tv, detiene il 38% del mercato dell’editoria a mezzo stampa ed una significativa presenza (un milione di ascoltatori, prevalentemente giovani, nel giorno medio) nel settore radio.

Senza mezzi di comunicazione, pensare di capovolgere gli orientamenti scientificamente preparati in due anni di pre-campagna elettorale, affidandosi alle sole apparizioni televisive e al giro dell’Italia in pullman del pur bravissimo segretario è stata un’inevitabile velleità: più o meno come tentare la cinquina su una sola ruota.

Fatte queste premesse, confesserò di non avere ancora capito se la differenza tra la tesi dell’autosufficienza del PD (propugnata in campagna elettorale da Veltroni) e quella delle alleanze, sostenuta da D’Alema a urne chiuse, sia dettata da semplici contingenze e convenienze tattiche. Se così non è, è evidente che i due esponenti stanno esprimendo due diverse concezioni di tecnica della democrazia:

  • da un lato una democrazia basata sui premi di maggioranza (la minoranza più forte governa), ovvero sulla scelta degli elettori tra le due minoranze più forti (doppio turno alla francese o sistemi analoghi). Se il Paese va decisamente in questa direzione, anche per il futuro rimangono valide le ragioni del Veltroni di queste ultime elezioni.

  • dall’altro un sistema più classico che dia spazio a tutte le forze politiche in rapporto alla loro forza elettorale. In questo scenario le alleanze sono inevitabili.

Discutere su quale sia il sistema migliore è piuttosto sterile se non si hanno chiari i compiti degli organismi così eletti.

A monte occorre una riflessione sull’architettura costituzionale. Ma ai fini di una tale riflessione bisogna avere chiare alcune idee (o ideologie) di base sul concetto stesso di democrazia.

Personalmente rimango fortemente legato a pochi ma chiari concetti del ‘700: in particolare la separazione dei poteri di Montesquieu.

Il che si traduce con la necessità di avere:

  • un esecutivo completamente sganciato dal parlamento (incompatibilità assoluta tra parlamentare e ministro o sottosegretario);
  • una Camera il cui compito sia quello di controllare l’esecutivo e varare le leggi di spesa (ma solo quelle);

  • un Senato che non interferisce minimamente sulla vita dell’esecutivo, ma si occupa solo delle leggi etiche (non di spesa).

Aggiungerò che, fintanto che le lezioni avvengono su base territoriale, mi sembra del tutto pleonastico e vuoto di significato parlare di senato federale.

Su una tale architettura può avere senso pensare, per la Camera, ad un sistema elettorale rigidamente maggioritario e ad eventuali correzioni di governabilità (ma sarebbe meglio evitarle) basate su premi di maggioranza o, molto meglio, su sistemi di scelta del tipo ‘secondo turno’, anche se il sistema francese dà adito a mercanteggiamenti poco democratici. La mia preferenza va decisamente al sistema del ‘doppio voto’ all’australiana, consistente nell’esprimere due preferenze: un voto primario per il candidato-partito preferito ed uno secondario per quello meno sgradito; è eletto chi ottiene la maggioranza dei voti primari o, in mancanza, la somma più alta di voti primari e voti secondari.

Diverso, invece, il sistema di elezione del Senato, basato su una proporzionalità perfetta, ma con collegi uninominali (che fra l’altro avrebbe impedito la totale scomparsa di forze politiche importanti che hanno fatto la storia di questo Paese), introducendo anche qui un meccanismo di doppio voto per quanto concerne l’elezione dei singoli candidati.

Per tornare all’intervista di D’Alema, senza premesse di questo tipo, non vorrei che i discorsi sulle alleanze mirino ad altri obiettivi, come la messa in discussione del segretario del partito.

Personalmente ritengo che nessuno sia intoccabile e che nell’attuale momento la democrazia interna del PD sia afflitta da una sorta di cesarismo.

C’è un segretario nazionale (o regionale, o provinciale, o quello che è) eletto dalla base, ma manca una struttura di partito democraticamente eletta. L’intero organigramma è stato scelto per cooptazione come una piramide senza base appesa per il vertice al segretario eletto.

Un’architettura di questo tipo è troppo instabile e poco adatta alla creazione di un grande movimento di massa, che invece deve partire dalle fondamenta, dai circoli e, questi ,dalle cellule referenti all’interno della società civile fino ad arrivare al singolo elettore e simpatizzante.

Tanto più che il vero problema del momento non è, come sembra, quella della sicurezza (ed a proposito è molto istruttivo, ma tornerò su questo tema in una prossima occasione, osservare l’intersecamento dell’evoluzione della curva dei delitti denunciati nell’ultimo mezzo secolo con quella del PIL), bensì quello del sempre maggiore distacco tra politica e società civile.

La vera emergenza è quella della rappresentatività: una crisi le cui radici affondano nello stesso concetto occidentale di democrazia.

Fin dall’agorà greca, l’unica forma concreta di democrazia che conosciamo è sempre stata di tipo delegativo, che non presuppone alcuna ‘somiglianza’ tra delegato e delegante. Da qui lo jato tra organismi politici e società. E serve poco cercare di correggerne alcuni, come ha cercato di fare il PD, ad esempio calibrando la presenza delle donne nelle proprie liste o nei propri organismi di base.

In contrapposizione alla democrazia ‘delegativa’ occorrerebbe inventare una forma di democrazia ‘rappresentativa’, dando a quest’ultimo termine il senso che esso nelle scienze statistiche.

Nella realtà, tuttavia, non conosco alcun tentativo concreto di democrazia rappresentativa, tranne quello sperimentato da Mao nella Cina popolare.

Accantoniamo per un istante il problema se nella Cina degli anni 70 c’era effettivamente democrazia e concentriamoci solo sulla tecnica di formazione degli organismi rappresentativi. Con un misto di idealismo e pragmatismo tutti cinesi, le liste elettorali del partito unico di Mao venivano dosate seguendo rigidi criteri rappresentativi sintetizzati in slogan del tipo “le donne sono la metà del cielo” (da cui una presenza femminile tendenzialmente pari al 50% degli “eletti”), oppure dalle varie ‘triplici’ (studenti-lavoratori-soldati, ossia un1/3 di rappresentanti giovani, un terzo proveniente dal mondo produttivo ed un terzo dalle sfere dell’esercito; oppure agricoltori-operai-intellettuali per indicare come andavano a loro volta suddivisi i posti spettanti ai lavoratori e così via). Ma la politica dei mille fiori sfociò prematuramente nella rivoluzione culturale di Lin Biao e nella dittatura della Banda dei Quattro.

Per quanto concerne il mondo occidentale, non so quale possa essere la soluzione. Ma sono certamente del tutto insufficienti le correzioni al sistema delegativo reclamate, ad esempio, dai movimenti femministi: il vero problema non è la sottorappresentanza femminile in politica, né che nell’attuale parlamento italiano siano presenti solo tre operai (e nessun senatore), come neppure il fatto che, a fronte d’un’incidenza sulla popolazione attiva pari al 15% circa, il 48% dei deputati e senatori siano dipendenti pubblici, evidenziando una macroscopica sottorappresentazione dell’intera società civile.

È a questi problemi che un partito nuovo deve dare risposte, come primo passo per la costruzione d’un progetto di società che possa rappresentare una speranza per l’intero Paese.

29 Aprile, 08

Ma il mondo va a destra?

I risultati delle recenti elezioni in tutto il mondo lascerebbe pensare che il mondo vada decisamente a destra. Ci sono  tuttavia due cose che mi inducono  a credere il contrario:

1. negli ultimi dieci anni nel mondo è avvenuta la più grande collettivizzazione della storia: la collettivizzazione del sapere (che è certamente il più importante capitale dell’umanità) realizzata grazia ad internet. Al suo confronto le collettivizzazioni che hanno seguito la rivoluzione di ottobre sono una ben  misera cosa. La collettivizzazione della conoscenza operata da Internet, che per altro è avvenuta senza espropriare nessuno ed arricchendo contemporaneamente tutti,  è senza ritorno. A tale  proposito mi piace immaginare che, se fosse vivo, Marx oggi farebbe il webmaster.

2. La complessa crisi che si profila all’orizzonte: una crisi che è al contempo finanziaria, monetaria, energetica, alimentare ed ecologica e che potrebbe trasformare radicalmente il capitalismo che noi conosciamo.

12 Marzo, 08

Per una nuova Bretton Woods delle monete e delle risorse

È dalla fine del 1998 che il prezzo del petrolio continua a salire, passando dai circa 15 dollari di allora agli attuali 110 a barile: ossia oltre il 720%. L’ascesa sembra inarrestabile, né si vede quale elemento nuovo possa arrestarne o invertirne la tendenza.

Nello stesso periodo la produzione è cresciuta del 14,5%, con uno squilibrio, rispetto alla domanda, compreso tra lo 0,2 e lo 0,9%, per altro manifestatosi solo a partire dal 2006: un’oscillazione marginale che spiega solo in minima parte la citata dinamica dei prezzi e che neppure la tesi della speculazione internazionale chiarisce del tutto.

Due fattori hanno fatto da scenario a tale evoluzione del mercato: la guerra dell’Iraq con le sue  deluse speranze (dal punto di vista occidentale, s’intende) e l’ascesa al potere di Chavez in Venezuela, avvenuta proprio nel 1998. Qualcuno potrebbe aggiungere che c’è stato anche l’11 settembre del 2002, ma francamente il crollo delle Torri gemelle mi sembra piuttosto ininfluente. Sul fronte americano, piuttosto, il vero crollo influente ai fini del prezzo del petrolio è stato (e continua ad essere) quello del dollaro, sapientemente avviato da Alan Greenspan allo scopo di ridurre l’insostenibile deficit commerciale Usa, semplicemente riducendone il valore.

E’ proprio l’incessante deprezzamento della valuta verde (praticamente dimezzato in raffronto all’euro) che giustifica, agli occhi dei signori del petrolio, il recupero da costoro operato mediante la manovra sui prezzi.

Ed è da qui che bisogna cominciare se si vuole comprendere cosa sta realmente accadendo.

Lo scenario, dunque, può essere così riassunto:

1. Da un lato abbiamo gli Usa, che avendo vissuto nell’ultimo mezzo secolo al disopra delle loro reali possibilità grazie al continuo indebitamento commerciale, ora vorrebbero azzerare i debiti accumulati con un semplice colpo di spugna: appunto deprezzando il dollaro.

2. D’altro conto abbiamo i produttori di petrolio che, avendo stipulato i contratti in dollari, non ci stanno e cercano di recuperare sulla svalutazione del dollaro incrementando i prezzi del greggio;

all’interno del gruppo dei paesi petroliferi, per altro, c’e una compagine più ristretta compatta di nuovi attori che reclama una quota sempre più consistente del benessere creato ed alimentato e non sente ragione per quanto concerne le conseguenze che tale atteggiamento potrà avere sullo stato di salute dell’economia mondiale.

3. Infine ci sono i paesi emergenti dell’economia globalizzata, Cina e India in testa, la cui crescente domanda di petrolio ha fatto saltare il già precario equilibrio tra domanda ed estrazione, creando quel gap marginale a segno meno che, in un mercato volatile come quello delle materie energetiche, fa volare alle stelle le quotazioni delle quantità marginali non protette da contratti pluriennali. Le compagnie petrolifere hanno solo colto senza ritegno tale evenienza per estorcere quanto più denaro possibile dalle tasche degli utilizzatori.

La reazione dell’Occidente è stata piuttosto scomposta e casuale. Da una parte gli USA hanno continuato imperterriti nella politica di deprezzamento del dollaro, sperando che il contestuale vantaggio competitivo delle proprie merci potesse compensare il maggiore onere per la fattura petrolifera. Né si sono preoccupati più di tanti di evitare inutili inasprimenti dei rapporti con i nuovi protagonisti della scena petrolifera, a cominciare da Chavez, per fare comprendere i rischi reali per i loro stessi paesi d’una possibile recessione globale.

L’Europa ha continuato a crogiolarsi nel sogno di un euro forte in un’economia stagnante. Alcuni singoli paesi si sono posti più seriamente il problema della diversificazione delle fonti energetiche: alcuni rispolverando (con imperdonabile ritardo) l’opzione nucleare; altri riconsiderando più seriamente le fonti energetiche rinnovabili, ma per concludere che alcune (come quelle di origine agricola) nel breve periodo possono porre più problemi di quanti ne risolvano. Nessuno ha avuto il coraggio di dire ai propri cittadini l’amara verità: che dobbiamo attenderci anni di vacche magre; che i consumi dovranno essere fortemente riqualificati (leggi: quantitativamente ridotti); che, per conservare alla meglio gli attuali tenori di vita, dovremo incrementare considerevolmente le nostre esportazioni e la produzione globale (leggi: maggiore produttività industriale e più alto numero di ore lavorate).

Almeno che nel frattempo non intervenga un qualche imprevisto strategico, capace di flettere il corso delle mercuriali petrolifere.

Nel 1997 fu la crisi delle cosiddette ‘tigri del sud est asiatico’ che risolse un’analoga situazione, anche se allora a preoccupare erano in particolare le crescenti quotazioni dei metalli.

Non credo, però, che occorra riporre le speranze di soluzioni dell’attuale crisi in qualche altra non ancora calcolata crisi. L’imprevisto strategico potrebbe (anzi, dovrebbe) essere provocato da un’apposita conferenza internazionale tra i principali paesi  produttori e consumatori di petrolio che non affronti a tutto campo le problematiche in atto: insomma, una nuova Bretton Woods sulle monete e le risorse energetiche (senza trascurare la furbata di rimandare alle prossime generazioni il costo di eventuali aspetti ambientali colpevolmente accantonati).

Sarebbe tempo, anzi, che si cominciasse a rivedere il principio della territorialità per quanto concerne il diritto allo sfruttamento di talune risorse il cui uso è fondamentale per l’intera specie.

Sia che si tratti di petrolio o di risorse ittiche, il semplice principio della territorialità non risponde più alle esigenze di una comunità umana globalizzata, come appunto la cronaca quotidiana sul costo del greggio dimostra.

Tutte le legislazioni nazionali prevedono limitazioni importanti al diritto di proprietà per quanto concerne le risorse presenti del sottosuolo: perché lo stesso concetto non dovrebbe valere anche a livello internazionale, limitando i diritti dei singoli stati a favore di un qualche organismo internazionale?

28 Febbraio, 08

Ancora sui monopoli bancari

La notizia è che l’Autorità Antitrust ha avviato la dovuta istruttoria sull’acquisizione da parte del Monte dei Paschi di Siena (Mps) del controllo del gruppo Antonveneta. L’operazione, secondo l’Antitrust  (che così scopre l’acqua tiepida), «potrebbe determinare la creazione o il rafforzamento di una posizione dominante in grado di eliminare o ridurre in modo sostanziale e durevole la concorrenza, su diversi mercati provinciali e regionali».

 

Tanta ipocrisia, francamente mi indigna. Non occorre fare grandi indagini per sapere che la fusione tra due banche possa determinare posizioni monopolistiche locali. Come mai, allora, ha dato il via libera alle fusioni tra Banca Intesa e San paolo-IMI, e Unicredit e Capitalia?

Basta imporre la cessione di un certo numero di sportelli-doppioni, che qualunque esperto scalcagnato di organizzazione consiglierebbe di eliminare, per avere la coscienza a posto e dire che la concorrenza è stata rispettata?

Per il resto sembra che il problema della competizione tra banche si riduca al controllo della Generali e Mediobanca (come dire i rapporti di forza muscolare tra i mandarini della finanza)  o alle politiche di vendita allo sportello dei prodotti assicurativi.

 

Il nocciolo fondamentale, ossia l’eccessiva oligopolizzazione del sistema finanziario italiano, passa in secondo piano: liberalizzazione pure i taxi, ma i monopoli forti non solo non vanno toccati, ma addirittura favoriti e coccolati.

 

Possibile che non riesca ad avviare un processo di fusione tra banche regionali a livello europeo? Il fatto che ciò non avvenga mi fa pensare solo due cose: a) che non le fusioni europee non interessino le banche dello Stivale, dovendo in questo caso svilupparsi in condizioni di concorrenza; oppure b) che le nostre banche in Europa non vengano considerate dei buoni partiti con cui accasarsi.

Forse le due ipotesi sono vere entrambe.

24 Febbraio, 08

Rrofte Kosoa e pavarur, rrofte Shqipëria e Madhe

Les jeux sont faits : le Kosovo est un état indépendant.

L’ébranlement de l’ancienne Jugoslavie est donc accompli. Le Kosovars exultent. Les Serbes protestent. Les Russes menacent.

Mais ou est la nouveauté ?

L’Europe se devise, incapable d’une politique commune vis-à-vis de deux potentiels partenaires qui frappent à sa porte bien avant la proclamation de l’indépendance Kosovare.

Au sein de l’EU, le pays le plus récalcitrant à la reconnaissance du nouvel Kosovo est l’Espagne par crainte que l’exemple de cette petite république, tôt ou tard, puisse inciter ses minorités Basque et Catalane à une improbable et peu significative proclamation d’indépendance. De même, en Italie les plus chaudes et mal informées des têtes chaudes de la Ligue de Mr. Bossi, exultent tout en rêvant un semblable proclamation d’indépendance d’un fantomatique état Padan.

La situation au Kosovo, pourtant, est totalement différente et mérite qu’on y arrête l’attention.

Tout au contraire de ce que l’apparence laisse penser, l’indépendance du Kossovo n’est pas l’accomplissement d’un processus de désagrégation. Son véritable but n’est pas une mini république à majorité albanaise et musulmane, noyée (demain) au sein de l’Union Européenne, mais le commencement d’un processus d’unification d’un peuple qui est divisé depuis presque 500 ans.

Le but final, plutôt, est la formation d’une Grande Albanie qui fédère dans son sein l’actuelle république albanaise, le Kossovo et la plus grande partie de la République de Macédoine à majorité albanaise.

Il s’agit là d’un processus semblable à celui envisagé et rêvé par un autre peuple divisé depuis toujours, le peuple Kurde. La seule différance étant due au fait que les Albanais (de la Grande ou des petites Albanies) n’ont pas de pétrole, ce que facilite leur marche.

La plus grande richesse des Kosovars est représentée par le patrimoine historique d’églises et couvents orthodoxes, dont la sauvegarde, préservation et restauration est primairement dans l’intérêt de ce petit état qui, faute d’autres ressources, doit forcement miser sur le tourisme.

22 Febbraio, 08

Radicali, IdV e PD

L’accordo tra PD e radicali è cosa fatta. C’è però una differenza radicale dall’accordo analogo con l’Italia dei Valori.

Anche se entrambi i movimenti hanno cercato di inserirsi nel PD fin dalle primarie costitutive che hanno scelto Veltroni come primo segretario, dietro queste adesioni stanno storie, prospettive e problemi diversi.

Premetto che, quando Pannella e Di Pietro annunciarono l’intenzione di porre la propria candidatura a segretario del nascente PD, scrissi una lettera a “l’Unità” per criticare l’esclusione d’ufficio decretata in maniera insindacabile dai promotori del partito. A mio avviso, invece di respingere seccamente le due candidature, sarebbe stato più democratico accettarle con riserva e condizionarle al fatto che, mettiamo, almeno quindici giorni prima delle elezioni, fosse stato avviato il processo di scioglimento dei rispettivi movimenti, così come avevano già fatto DS e Margherita.

Ovviamente non basta una lettera ad un giornale amico, per cambiare le cose.

I due nodi, sono ritornati all’ordine del giorno in vista della prossime elezioni.

Per quanto concerne l’IdV, praticamente è iniziato il processo di scioglimento e confluenza completa nel PD che avrebbe potuto essere avviato mesi prima, se non fosse stato intralciato (ma forse è dietrologia) dal desiderio di non indispettire i socialisti che con Di Pietro hanno sempre qualche sassolino che vorrebbero togliere dalla scarpa.

Eppure, chi maggiormente spingeva per la confluenza dell’IdV nel PD era un politico che ha ogni diritto per essere considerato un precursore dello stesso PD: mi riferisco a Leoluca Orlando, la cui Rete (assieme al Movimento Politico dei Lavoratori di Livio Labor, qualche decennio prima) rappresenta uno dei primi tentativi concreti di mettere insieme cattolici e sinistra.

La Rete è nata a Palermo in conflitto con la DC di allora, ma affonda le radici in una tradizione di dialogo tra cattolici e marxisti iniziata negli anni ’60 attorno ai “cenacoli” settimanali d’un sacerdote eccezionale di cui ho perso ogni traccia: don Giuseppe Gemellaro, allora direttore del collegio dei salesiani di villa Ranchibile.

Per i radicali la situazione è diversa.

Ridotto ormai al lumicino, questo movimento non ha ancora rinunciato al progetto partitico in favore di quello esclusivamente movimentista (e conseguentemente trans-partitico) , certamente più coerente col tipo di battaglie che ne hanno caratterizzato l’esistenza. Così come ancora si lascia tentare da un linguaggio e un approccio di evangelizzazione violenti, che fanno a pugni con il pacifismo sostanziale dei metodi predicati e praticati.

La loro inclusione nella lista dei PD, pertanto, appare più come un compenso per la fedeltà dimostrata al governo Prodi che l’inizio di un cammino comune.

30 Gennaio, 08

Stipendi al palo e capitale di rischio

Le vicende politiche hanno fatto passare in secondo piano il recentissimo studio della Banca d’Italia, secondo cui il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente, al netto dell’aumento del costo della vita, tra il 2000 e il 2006 «è rimasto sostanzialmente stabile» (+0,3%).

Questo dato tuttavia merita una seria e profonda riflessione che non può non partire dall’evoluzione della produzione della ricchezza prodotta dagli italiani negli ultimi anni. Perché nulla si può distribuire se prima non lo si produce.

Tabella valore aggiunto ai prezzi

Il quadro che ne risulta è particolarmente disarmante e conferma quanto molti già sapevamo per averlo vissuto sulla nostra pelle.Diciamo in genere che questi sono stati anni di vacche magre. Molto magre. Il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato è sostanzialmente fermo. Non facciamo il calcolo al netto dell’inflazione solo per non deprimerci di più. Anche se, bisogna dirlo, il periodo preparatorio all’introduzione dell’euro è stato di contrazione e deflazione un po’ per tutti i settori. Nel 2000 e nel 2001 moltissime aziende hanno deciso di rinviare l’adeguamento dei propri listini al fatidico 2002, sperando che l’introduzione dell’euro portasse la ripresa dei consumi. Non è stato così. Anzi numerosi produttori, invece che rivedere i prezzi all’insù, sono stati costretti a limarli ulteriormente per via delle soglie psicologiche che nessuno voleva superare per primo. Così, ciò che prima costava, mettiamo, 9.900 lire è diventato 4,90 euro e quello che veniva venduto a 19.000 lire è stato riproposto a 9,90 euro, con un’evidente tosatura della redditività.Solo alcuni settori -l’agricoltura e la pesca in particolare-, profittando di particolari situazioni congiunturali, hanno ricominciato a recuperare marginalità a partire dalla fine del 2003.L’industria in senso stretto praticamente à passata da un ciclo di deflazione ad un altro senza soluzione di continuità. Con alcune eccezioni: quella petrolifera e l’edilizia; ossia due settori che operano chiaramente in regime di quasi monopolio. Per quanto concerne il petrolio, il monopolio è addirittura di stato, essendo il cartello dell’OPEC formato da paesi sovrani, anche se non so con quanta coerenza con i codici antitrust di molte altre nazioni avanzate e con le convenzioni pro concorrenza della WTO. Per quanto riguarda l’edilizia, grazie al sistema legislativo e di concessioni del nostro Paese, che di fatto produce l’effetto perverso di tenere l’offerta abitativa costantemente al disotto della domanda. Davanti ad una situazione di questo tipo, non si capisce di cosa ci si debba meravigliare se le retribuzioni dei lavoratori dipendenti rimangano al palo.Il problema è che non si fa nulla per aumentare la torta (ma forse sarebbe meglio di chiamarla pagnotta) da dividere.Non ha fatto nulla il sedicente governo conservatore del Signor Berlusconi, preoccupato dei guai giudiziari suoi in primo luogo, e in secondo luogo di abbassare l’IRPEF di quelle poche imprese che facevano utili grazie a posizioni monopolistiche o comunque protette; né ha fatto molto il successivo governo del professor Prodi, impegnato più a sistemare i conti che a lavorare per il rilancio dello sviluppo, illudendosi di potere contare su un orizzonte temporale utopisticamente più lungo.Né sta facendo molto il dottor Draghi dal cui ufficio studi provengono le statistiche dalle quali siamo partiti. Lo sviluppo di un paese,infatti, non dipende soltanto dalle politiche fiscali né dall’imprenditorialità dei suoi manager. Nell’attuale congiuntura economica il segreto dello sviluppo lo si può riassumere in una sola parola: innovazione. Ora, di una cosa si può essere certi: che un paese come l’Italia non manca di idee innovanti. In Italia, i giovani (e meno giovani) con idee rivoluzionarie sono molto più numerosi di quanto si possa pensare. Le fabbriche sono piene di capiofficina o di giovani precari con idee nuove e brillanti. Quello che manca a questo esercito sconosciuto di innovatori potenziali è semplicemente il denaro. Quello di rischio, però, non quello bancario distribuito con criteri di strozzo solo a quanti riescono a dimostrare patrimoni almeno quattro volte maggiori delle somme richieste. Purtroppo l’Italia non ha né ha mai avuto una tradizione di “venture capital” e quel poco di capitalismo di rischio che alcune banche sono state capaci di fare negli ultimi anni, altro non è stato che uno sporco sistema per speculare meglio con e sulle offerte di sottoscrizione pubblica di cui solo pochi fortunati sono riusciti a beneficiare durante la breve stagione della cosiddetta “bolla internet”. Pur nella ridotta capacità d’iniziativa delle banche centrali, ad un banchiere di così provata esperienza internazionale non dovrebbe mancare il modo di adoperarsi al fine dotare il paese di una così elementare cultura di democrazia economica.

Se lo facesse le prossime generazioni gliene sarebbero estremamente grate.

26 Gennaio, 08

Benedetto XVI e il male oscuro della pubblicità

Per chi è cristiano per cultura e formazione, più che per fede, spesso è difficile condividere le posizioni di questa chiesa e questo papa. Ma quanto ha dichiarato Benedetto XVI, nel tradizionale messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, non può non trovarmi d’accordo. Soprattutto quando ha ammonito che dai mass media rischiano di abbattersi sull’umanità “possibilità abissali di male” e ha denunciato la “pubblicità ossessiva”, l’imposizione di modelli e valori di vita “distorti”, la “trasgressione, la volgarità e la violenza”, usate per catturare il pubblico.

I media – secondo Papa Ratzinger – “possono e devono essere strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale”; tuttavia, avverte, “non manca il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettati dagli interessi dominanti del momento”. Spesso, poi, diventano “il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo”.

Il discorso morale del Papa, tuttavia, sembra reggere poco agli imperativi economici e di mercato che sottintendono un’apparente scientificità della comunicazione pubblicitaria e, di conseguenza, una sua “asetticità etica”, allo stregua della fisica o dell’astronomia.

Ma è proprio in base alle stesse leggi economiche alle quali la pubblicità è asservita che, a mio avviso, essa va rimessa in discussione.

Si dice, infatti, che la pubblicità è un’espressione del marketing e, come tale, attiene alla batteria degli strumenti a disposizione della libera iniziativa e del mercato. Qualsiasi coercizione e/o limitazione della comunicazione pubblicitaria, pertanto, altro non sarebbe che una coercizione e/o limitazione della stessa libera iniziativa e del mercato. Il quale, in definitiva, è l’unico giudice e regolatore anche della comunicazione commerciale delle imprese.

In effetti, nella storia economica la pubblicità è un fenomeno relativamente recente. Nessuno degli economisti classici ha dedicato un solo rigo per descrivere come i comportamenti del mercato possano essere influenzati da questa tecnica e solo gli economisti d’impresa, in particolare nell’ultimo mezzo secolo, ne hanno fatto una sottoscienza del marketing.

Per quanto non manchino significativi esempi di réclame (come allora la si chiamava) fin dalla seconda metà dell’ottocento, è nella prima parte del secolo ventesimo che questo strumento assume spessore. Ma è soprattutto con l’avvento del mezzo radiofonico e televisivo che la pubblicità diventa un’attività economica di tutto rispetto.

Un nuovo concetto, per altro, si è fatto strada: quello della gratuità (o di un prezzo spesso poco più che nominale) di numerosi prodotti editoriali, la cui vera fonte di reddito è rappresentata dalle inserzioni pubblicitarie. In pratica, l’informazione e molta parte dell’intrattenimento non viene più pagata dal consumatore nel momento della sua usufruizione, ma quale costo aggiunto di altri prodotti il cui bisogno gli è stato inculcato dagli stessi mezzi informativi e d’intrattenimento, sotto forma di inserzioni pubblicitarie.

Probabilmente senza la pubblicità non avremmo avuto quell’esplosione di consumismo di cui tutti siamo felici vittime. Ma anche molti altri prodotti di innegabile utilità non sarebbero venuti a conoscenza del mercato senza di essa.

In teoria (e agli albori probabilmente era così), la pubblicità ha soprattutto uno scopo informativo: quello di comunicare al mercato la disponibilità, le caratteristiche o il prezzo d’un dato prodotto. Nella realtà sono rare le compagne realmente informative. Nella prevalenza dei casi, gli obiettivi sono:

  • spingere in assoluto la vendita d’un bene (o d’una categoria di beni), stimolandone il bisogno o la desiderabilità, indipendentemente dall’ effettiva utilità;
  • spingere le vendita d’una marca a scapito della concorrenza, indipendentemente dalla effettiva qualità e/o concorrenzialità;
  • sostenere la vendita d’un prodotto o servizio in declino;
  • giustificare un prezzo più elevato rispetto alla concorrenza.

In tutti e quattro i casi, si tratta pur sempre d’una forma di violenza che l’investitore pubblicitario effettua nei confronti del consumatore. Tant’è che numerosi governi si sono sentiti in obbligo di regolamentarne l’uso, in particolare quando destinatari del messaggio pubblicitario sono le fasce più deboli della popolazione come i bambini, o della pubblicità medica che, in quasi tutti i paesi occidentali, può essere effettuata solo su mezzi diretti esclusivamente al personale samitario.

E’ proprio di questi anni, per altro, la polemica innescata a seguito dell’invito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rivolto agli stati perché lottino l’epidemia di obesità che minaccia in particolare le nazioni opulente, anche mettendo al bando le pubblicità in favore di merendine e altri cibi ricchi di zuccheri e grassi saturi, soprattutto se mirate al mondo dell’infanzia.

E’ un dato di fatto, comunque, che molte pubblicità costituiscano un vero e proprio reato di plagio nei confronti delle personalità più deboli: un plagio che non si realizza soltanto inondando il mercato con messaggi oggettivamente devianti e palesemente menzogneri (comportamento stigmatizzato e in vari modi e con diversa convinzione perseguito da numerose legislazioni).

La pubblicità spesso tende a creare nel consumatore nuovi tipi di bisogno che non esiterei a definire “coatti” e, per le personalità più deboli, è molto difficile distinguerli da quelli spontanei dettati da effettive esigenze naturali, tradizionali o culturali. Spetta quindi agli stati elevare barriere non solo contro la pubblicità menzognera, ma anche e soprattutto contro quella invasiva.

Oggi la violenza pubblicitaria sul consumatore viene realizzata con forme estremamente raffinate e impercettibili, sfruttando le ricerche più avanzate di psicologia e sociologia. E non è azzardato affermare che molte campagne pubblicitarie mentono anche quando dicono cose vere. L’aspetto menzognero di questi messaggi dipende soprattutto dal tipo di ambientazione, dalle musiche scelte, dall’abuso di termini e attributi superlativizzanti, da concetti estranei al prodotto ma ad esso associati, dai testimoni assoldati allo scopo.

A parte il reato di plagio che quotidianamente si consuma attraverso le pagine dei giornali e gli schermi delle tv di tutto il mondo (reato sempre difficile da dimostrare e soprattutto da perseguire), non si può trascurare il fatto che, a ben guardare, la comunicazione pubblicitaria spesso rappresenta una forma di concorrenza sleale (e, in quanto tale, vietata da molte legislazioni nazionali e dagli accordi del WTO) nei confronti degli operatori più deboli.

So bene che una tale osservazione possa attirarmi gli strali di quei tanti liberisti di convenienza la cui fede nel mercato è solo una finzione alla quale appellarsi con la recondita speranza e volontà di riuscire a ritagliarsi un qualche proprio monopolio. Nondimeno è fuori dubbio che gli investimenti occorrenti per delle campagne pubblicitarie efficaci spesso superino quelli necessari per lo stesso processo produttivo: ragion per cui solo una piccola percentuale di aziende (solitamente quelle più ricche e consolidate) riesce ad accedere allo strumento pubblicitario creando delle condizioni di disparità soprattutto nei confronti delle imprese più nuove ed innovanti.

La concorrenza non avviene sul fronte della qualità, della novità o del prezzo, ma esclusivamente sul martellamento del consumatore che così può essere facilmente orientato anche verso il prodotto più svantaggioso, obsoleto e costoso.

Movimenti del tipo dei “No Logo”, nei prossimi anni, potrebbero mettere in evidenza questo non minore vulnus dell’economia di mercato ed obbligare la politica ad intervenire con apposite leggi regolatori. Il ciclo della comunicazione pubblicitaria selvaggia mi sembra destinato a finire. L’intervento moralistico del Papa potrebbe segnare l’inizio d’una riflessione critica a 360 gradi.

A proposito di quanto ha detto Benedetto XVI vorrei fare un’ulteriore osservazione conclusiva: la pubblicità non è il solo “megafono del materialismo economico e del relativismo etico”. A creare tutta la panoplia di falsi valori di cui la pubblicità si serve a piene mani è stata (e continua ad esserlo) l’industria dell’intrattenimento, dal cinema alla televisione, e qualsiasi discorso morale non può prescinderne.

21 Gennaio, 08

Riforma elettorale: andare oltre il sistema tedesco

1. Principi di base

Rigida separazione dei poteri

·            Governabilità

·            Massima efficacia

·            Coerenza con e consequenzialità alla riforma istituzionale. 

2. Riforma costituzionale

Sistema bicamerale costituito da: 

·            Camera, con compiti di indirizzamento e controllo delle attività di governo (Leggi di Governo, ovvero di spesa) 

·           Senato *, con compiti legislativi in materia etica (Leggi Etiche, ovvero non di spesa).

Il processo legislativo può richiedere una doppia lettura (ma solo per la propria competenza) qualora Leggi Etiche comportino impegni finanziari ovvero leggi di governo richiedono deroghe o modifiche di norme etiche. Esempi: se nel quadro di una legge sull’aborto si vogliano incoraggiare con sussidi le ragazze madri a non interrompere la gravidanza, oppure se nel quadro d’una grande opera pubblica occorra una qualche deroga a qualche legge etica di difesa dell’ambiente.

 ·            Numero dei parlamentari: generalmente si pensa che sia elevato. Il loro attuale numero, invece, potrebbe essere esiguo per la grande mole di lavoro inevaso accumulatosi negli ultimi decenni. 

* Ha poco senso parlare di Senato federale, dato che già oggi questo viene eletto su base territoriale. Potrebbe avere senso solo in quei paesi dove si hanno sistemi di rappresentanza per classe (militari, studenti, agricoltori, operai). Nel contesto italiano sarebbe solo un modo per sottrarre una quota di eletti al controllo popolare in favore delle gerarchie dei partiti.

3. Sistema elettorale

·            Camera: sistema maggioritario con collegi uninominali.

·           Senato: sistema rigidamente proporzionale su base nazionale, con collegi plurinominali dell’ampiezza non superiore a quella di 4-5 collegi per la camera.

Questo approccio, oltre a garantire una maggiore governabilità e una più elevata produttività delle camere, potrebbe raccogliere il consenso anche dei piccoli partiti ai quali verrebbe comunque garantita una adeguata visibilità. 

3.1 Tecnica elettorale per la CameraCandidature

·            presentazione delle candidature da parte degli stessi candidati (non dei partiti) con un supporto minimo di firme;

·            dichiarazione preventiva dei candidati del gruppo politico a cui si aderisce in modo da poterne utilizzare il simbolo. Ciò può comportare che nello stesso collegio si possano avere anche più candidati che dichiarano di aderire allo stesso partito.

·           Le candidature possono essere presentate solo nel collegio nel quale si risiede o si svolge la propria attività principale da almeno un anno. Nessun soggetto può presentarsi in più di due collegi.

·           Rigido sistema di incompatibilità per quanti, al momento delle elezioni, detengono altri tipi di poteri (giudiziario, amministrativo, militare, religioso, ecc., compreso il controllo diretto o indiretto di mezzi di informazione che abbiano una penetrazione nel collegio superiore al 30-40% degli elettori, o di imprese con un numero di dipendenti diretti o indiretti nel collegio superiore al 30-40% degli elettori )

·            Incompatibilità assoluta degli eletti con qualsiasi altra carica anche politica o attività economica o professionale.

Tecnica di voto

·            l’elettore esprime un doppio voto (all’australiana *, tecnica per altro sostenuta da Luigi Einaudi durante i lavori della costituente);

·           un voto primario per indicare il candidato preferito;

·           un voto secondario per indicare il candidato avversario meno sgradito. Viene eletto il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi nel collegio o, in mancanza, quello che avrà riportato più voti, sommando le preferenze primarie a quelle secondarie. 

·            Vantaggio di questo sistema:realizzazione di una sorta di doppio turno virtuale senza i costi (e i mercanteggiamenti) del sistema francese;

* Da notare che nell’ultimo mezzo secolo l’Australia è il paese che ha coniugato un elevatissimo livello di democrazia, con uno dei più alti indici di durata dei governi e uno dei più elevati e continuati tassi di sviluppo economico, collocandosi al primo posto assoluto tra i paesi occidentali per l’insieme dei tre indici.

3.2 Tecnica elettorale per il Senato

Candidature

·            presentazione delle candidature da parte degli stessi candidati (non dei partiti) con un supporto minimo di firme;

 ·            dichiarazione preventiva dei candidati della lista politica nella quale si intende essere candidati. Ciò può comportare che nella stessa lista si possano avere anche più candidati di quanti siano i seggi disponibili.

·           Le candidature possono essere presentate solo nel collegio nel quale si risiede o si svolge la propria attività principale da almeno un anno. Nessun soggetto può presentarsi in più di due collegi.

 ·           Rigido sistema di incompatibilità per quanti, al momento delle elezioni, detengono altri tipi di poteri (giudiziario, amministrativo, militare, ecc., compreso il controllo diretto o indiretto di mezzi di informazione che abbiano una penetrazione nel collegio superiore al 30-40% degli elettori, o di imprese con un numero di dipendenti diretti o indiretti nel collegio superiore al 30-40% degli elettori )

·            Incompatibilità assoluta degli eletti con qualsiasi altra carica anche politica o attività economica o professionale.

Tecnica di voto

·            l’elettore esprime una doppia preferenza (all’australiana *, tecnica per altro sostenuta da Luigi Einaudi durante i lavori della costituente);

·           una preferenza primaria per indicare il candidato preferito;

·           un preferenza secondaria per indicare il candidato di una delle liste avversarie meno sgradito. Ai fini dell’elezione si sommano le preferenze primarie e quelle secondarie. 

Vantaggio:

rappacificare il Paese dopo le lacerazioni che negli ultimi decenni hanno caratterizzato la vita politica italiana perfino a livello familiare.

4. Primo Ministro

·            Elezione diretta da parte degli elettori

·           I candidati non eletti che abbiamo superato almeno il 25% dei voti sono membri di diritto della Camera.

5. Esecutivo

Membri nominati dal Primo Ministro ma singolarmente confermati dalla Camera dopo una loro audizione.

·            Incompatibilità assoluta tra cariche di Esecutivo e appartenenza ad una delle camere o con altre cariche o attività politiche, amministrative e/o professionali.

17 Gennaio, 08

Commento alla bozza del Manifesto del Partito Democratico

Una prima nota generale riguarda lo stile, spesso involuto e appesantito da troppi concetti annidati all’interno della stessa frase. Una riscrittura più lineare con frasi più brevi, per un testo lungo quasi quanto la Costituzione italiana, gioverebbe notevolmente alla sua comprensione.
I vari punti, inoltre, andrebbero raggruppati ed enumerati in modo più omogeneo e meno casuale, evitando i non pochi ritorni su concetti già espressi e le ripetizioni.

Un’osservazione marginale di tipo lessicale riguarda l’uso del termine ‘welfare’ nella parte dedicata alla equità sociale.  In primo luogo mi permetto di ricordare in nota (*) cosa significa questa voce secondo il Meriam-Webster. Ciò precisato, vorrei ricordare che il suo uso è stato introdotto dal governo Berlusconi probabilmente per gettare un po’ di fumo con il latinorum di chi l’inglese non lo parla. Mi sembrerebbe più coerente anche con “l’orgoglio di essere una grande nazione” delle prime battute del documento parlare di una più semplice (e facilmente pronunciabile) “politica sociale”.

1. Per entrare nel merito, ho trovato debole e quasi secondario lo slancio europeistico: il PD vuole essere uno dei tanti partiti locali che collabora con quelli di altri paesi per lo sviluppo dell’Europa o un partito europeo con una forte radicazione in Italia?

2. Ottimo il concetto di democrazia della conoscenza o conoscitiva (preferirei questo aggettivo al più obsoleto ‘cognitivo’).

3. Non sarebbe stato male raggruppare sotto una unica dizione di democrazia economica i vari punti attinenti a questa materia, allargandoli opportunamente ad esempio al diritto di accesso alle risorse finanziaria oggi monopolizzate da poche famiglie e spesso a scopo esclusivamente speculativo: uno dei grandi limiti allo sviluppo del paese e la difficoltà per chi fa innovazione di trovare adeguate risorse di rischio.

3. Mancano riferimenti a due delle questioni su cui nelle ultime consultazioni, ad esempio, si è concentrato oltre  l’80% del dibattito elettorale: la fiscalità e  la spesa pubblica.
In effetti, per quanto concerne quest’ultimo fattore,  nella parte dedicata alla equità sociale c’è un accenno indiretto al problema là dove si parla di ‘nuovo patto tra le generazioni’. La spesa pubblica, tuttavia, non è solo quella sociale: un importante fattore di freno è la spesa corrente che può essere corretta con un grosso impegno per una burocrazia snella (anche numericamente) ed efficiente
Per quanto concerne il fisco non sarebbe male esplicitare l’impegno per una fiscalità equa (art. 53 della Costituzione) oltre che competitiva nello scenario della globalizzazione.

4. Molto opportuni sono i riferimenti  alla divisione dei poteri e alla partecipazione (punto 4). Tali enunciazioni andrebbero esplicitate ulteriormente con un impegno per stabile l’incompatibilità tra l’appartenenza contemporanea ad organismi esecutivi, legislativi e di controllo; così come si potrebbe esplicitare più chiaramente un impegno per una riforma costituzionale che attribuisca al Parlamento solo competenze di controllo sull’attività del governo e in materia di leggi di spesa e riservando al Senato la competenza esclusiva sulle materie etiche e comunque non di spesa.

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* “1: the state of doing well especially in respect to good fortune, happiness, well-being, or prosperity <must look out for your own welfare> 2 a: aid in the form of money or necessities for those in need b: an agency or program through which such aid is distributed.”
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