Fa discutere la recente intervista di Massimo D’Alema, nelle cui parole non pochi vedono l’inizio di una specie di resa dei conti dopo i risultati delle ultime relazioni.
Premetto che non credo che tali risultati possano essere considerati fallimentari, anche se non sono mancati gli errori.
Il PD è arrivato alle elezioni senza essere ancora un partito ben definito, ma soprattutto dopo una campagna elettorale, da parte della destra, iniziata il giorno stesso in cui sono stati resi noti i risultati delle precedenti elezioni.
In questi due anni di governo Prodi c’è stata una costante campagna di disinformazione, caratterizzata dalla sistematica sottovalutazione delle realizzazioni, accompagnata da una enfatizzazione delle divergenze all’interno del governo e da un bieco terrorismo informativo su un problema popolare come quello della sicurezza (assimilato all’immigrazione e ad uno xenofibismo non del tutto inedito). Il centro-sinistra tentava di rispondere, rilanciando sul problema della sicurezza nei posti di lavoro: argomento, ovviamente, meno sentito dagli elettori, nonostante alcuni tragici episodi di cronaca.
In queste condizioni, preso alla sprovvista da una competizione elettorale (che ha drammaticamente interrotto il percorso programmatico di Prodi), e per la quale non era pronto, il PD non aveva altra scelta che tentare di recuperare consensi con un messaggio di assoluta rottura col passato. Anche perché oggettivamente questi due anni di governo avevano evidenziato la quasi impossibilità di colloquiare con gli esponenti di una certa sinistra.
A tutto ciò si aggiunga l’inadeguatezza degli strumenti di comunicazione a disposizione del PD, soprattutto a confronto del principale competitore che, oltre al controllo quasi monopolistico del mercato tv, detiene il 38% del mercato dell’editoria a mezzo stampa ed una significativa presenza (un milione di ascoltatori, prevalentemente giovani, nel giorno medio) nel settore radio.
Senza mezzi di comunicazione, pensare di capovolgere gli orientamenti scientificamente preparati in due anni di pre-campagna elettorale, affidandosi alle sole apparizioni televisive e al giro dell’Italia in pullman del pur bravissimo segretario è stata un’inevitabile velleità: più o meno come tentare la cinquina su una sola ruota.
Fatte queste premesse, confesserò di non avere ancora capito se la differenza tra la tesi dell’autosufficienza del PD (propugnata in campagna elettorale da Veltroni) e quella delle alleanze, sostenuta da D’Alema a urne chiuse, sia dettata da semplici contingenze e convenienze tattiche. Se così non è, è evidente che i due esponenti stanno esprimendo due diverse concezioni di tecnica della democrazia:
- da un lato una democrazia basata sui premi di maggioranza (la minoranza più forte governa), ovvero sulla scelta degli elettori tra le due minoranze più forti (doppio turno alla francese o sistemi analoghi). Se il Paese va decisamente in questa direzione, anche per il futuro rimangono valide le ragioni del Veltroni di queste ultime elezioni.
- dall’altro un sistema più classico che dia spazio a tutte le forze politiche in rapporto alla loro forza elettorale. In questo scenario le alleanze sono inevitabili.
Discutere su quale sia il sistema migliore è piuttosto sterile se non si hanno chiari i compiti degli organismi così eletti.
A monte occorre una riflessione sull’architettura costituzionale. Ma ai fini di una tale riflessione bisogna avere chiare alcune idee (o ideologie) di base sul concetto stesso di democrazia.
Personalmente rimango fortemente legato a pochi ma chiari concetti del ‘700: in particolare la separazione dei poteri di Montesquieu.
Il che si traduce con la necessità di avere:
- un esecutivo completamente sganciato dal parlamento (incompatibilità assoluta tra parlamentare e ministro o sottosegretario);
- una Camera il cui compito sia quello di controllare l’esecutivo e varare le leggi di spesa (ma solo quelle);
- un Senato che non interferisce minimamente sulla vita dell’esecutivo, ma si occupa solo delle leggi etiche (non di spesa).
Aggiungerò che, fintanto che le lezioni avvengono su base territoriale, mi sembra del tutto pleonastico e vuoto di significato parlare di senato federale.
Su una tale architettura può avere senso pensare, per la Camera, ad un sistema elettorale rigidamente maggioritario e ad eventuali correzioni di governabilità (ma sarebbe meglio evitarle) basate su premi di maggioranza o, molto meglio, su sistemi di scelta del tipo ‘secondo turno’, anche se il sistema francese dà adito a mercanteggiamenti poco democratici. La mia preferenza va decisamente al sistema del ‘doppio voto’ all’australiana, consistente nell’esprimere due preferenze: un voto primario per il candidato-partito preferito ed uno secondario per quello meno sgradito; è eletto chi ottiene la maggioranza dei voti primari o, in mancanza, la somma più alta di voti primari e voti secondari.
Diverso, invece, il sistema di elezione del Senato, basato su una proporzionalità perfetta, ma con collegi uninominali (che fra l’altro avrebbe impedito la totale scomparsa di forze politiche importanti che hanno fatto la storia di questo Paese), introducendo anche qui un meccanismo di doppio voto per quanto concerne l’elezione dei singoli candidati.
Per tornare all’intervista di D’Alema, senza premesse di questo tipo, non vorrei che i discorsi sulle alleanze mirino ad altri obiettivi, come la messa in discussione del segretario del partito.
Personalmente ritengo che nessuno sia intoccabile e che nell’attuale momento la democrazia interna del PD sia afflitta da una sorta di cesarismo.
C’è un segretario nazionale (o regionale, o provinciale, o quello che è) eletto dalla base, ma manca una struttura di partito democraticamente eletta. L’intero organigramma è stato scelto per cooptazione come una piramide senza base appesa per il vertice al segretario eletto.
Un’architettura di questo tipo è troppo instabile e poco adatta alla creazione di un grande movimento di massa, che invece deve partire dalle fondamenta, dai circoli e, questi ,dalle cellule referenti all’interno della società civile fino ad arrivare al singolo elettore e simpatizzante.
Tanto più che il vero problema del momento non è, come sembra, quella della sicurezza (ed a proposito è molto istruttivo, ma tornerò su questo tema in una prossima occasione, osservare l’intersecamento dell’evoluzione della curva dei delitti denunciati nell’ultimo mezzo secolo con quella del PIL), bensì quello del sempre maggiore distacco tra politica e società civile.
La vera emergenza è quella della rappresentatività: una crisi le cui radici affondano nello stesso concetto occidentale di democrazia.
Fin dall’agorà greca, l’unica forma concreta di democrazia che conosciamo è sempre stata di tipo delegativo, che non presuppone alcuna ‘somiglianza’ tra delegato e delegante. Da qui lo jato tra organismi politici e società. E serve poco cercare di correggerne alcuni, come ha cercato di fare il PD, ad esempio calibrando la presenza delle donne nelle proprie liste o nei propri organismi di base.
In contrapposizione alla democrazia ‘delegativa’ occorrerebbe inventare una forma di democrazia ‘rappresentativa’, dando a quest’ultimo termine il senso che esso nelle scienze statistiche.
Nella realtà, tuttavia, non conosco alcun tentativo concreto di democrazia rappresentativa, tranne quello sperimentato da Mao nella Cina popolare.
Accantoniamo per un istante il problema se nella Cina degli anni 70 c’era effettivamente democrazia e concentriamoci solo sulla tecnica di formazione degli organismi rappresentativi. Con un misto di idealismo e pragmatismo tutti cinesi, le liste elettorali del partito unico di Mao venivano dosate seguendo rigidi criteri rappresentativi sintetizzati in slogan del tipo “le donne sono la metà del cielo” (da cui una presenza femminile tendenzialmente pari al 50% degli “eletti”), oppure dalle varie ‘triplici’ (studenti-lavoratori-soldati, ossia un1/3 di rappresentanti giovani, un terzo proveniente dal mondo produttivo ed un terzo dalle sfere dell’esercito; oppure agricoltori-operai-intellettuali per indicare come andavano a loro volta suddivisi i posti spettanti ai lavoratori e così via). Ma la politica dei mille fiori sfociò prematuramente nella rivoluzione culturale di Lin Biao e nella dittatura della Banda dei Quattro.
Per quanto concerne il mondo occidentale, non so quale possa essere la soluzione. Ma sono certamente del tutto insufficienti le correzioni al sistema delegativo reclamate, ad esempio, dai movimenti femministi: il vero problema non è la sottorappresentanza femminile in politica, né che nell’attuale parlamento italiano siano presenti solo tre operai (e nessun senatore), come neppure il fatto che, a fronte d’un’incidenza sulla popolazione attiva pari al 15% circa, il 48% dei deputati e senatori siano dipendenti pubblici, evidenziando una macroscopica sottorappresentazione dell’intera società civile.
È a questi problemi che un partito nuovo deve dare risposte, come primo passo per la costruzione d’un progetto di società che possa rappresentare una speranza per l’intero Paese.
